mercoledì 5 novembre 2008

The Ten Thousand

Ebbene sì, ogni tanto eroicamente mi leggo qualche libro in inglese, anche per tenermi allenato. Questo The Ten Thousand di Paul Kearney l'ho scelto perché si tratta di una storia di ambientazione per lo più militare e perché riecheggia volutamente un classico, l'Anabasi di Senofonte.
L'ambientazione fantastica ci porta una storia di mercenari che altro non sono (sotto diverso nome) che i soldati greci che combattevano nelle falangi, quelle formazioni irte di lance che abbattevano senza scampo qualsiasi avversario si parasse loro davanti (ma gli antichi romani impararono presto ad averne ragione).
Lo scrittore ci descrive una vita brutale e sanguinosa, dettata dalla furia dei combattimenti, dall'alcol, dalla lussuria e dalla morte. Come nell'antica Grecia questi mercenari vengono da una regione divisa in piccole città stato, ma sono ancor più sfortunati dei loro colleghi realmente esistiti perché il loro mestiere li rende degli esuli senza patria. Diversamente dagli antichi greci non venerano un dio della guerra ma Antimone, la dea della morte che vola sopra la battaglia portata da grandi ali nere, e piange pietose lacrime per i soldati che moriranno: il suo Velo divide la terra dei vivi da quella dei morti, e molti dei protagonisti del libro avranno modo di vedere cosa c'è al di là.

Ma prima di proseguire vediamo un attimo il classico di Senofonte: l'Anabasi, scritta per raccontare una spedizione del 401 avanti Cristo. Erano diecimila circa, i mercenari greci. Erano figli di un periodo di disordine, seguito alla Guerra del Peloponneso dove Atene aveva perso il ruolo di potenza ellenica egemone. Vennero assoldati da Ciro il Giovane, rivale del fratello Artaserse II per il controllo dell'Impero Persiano, e dopo una lunghissima marcia combatterono in Mesopotamia (odierno Iraq) la battaglia di Cunassa (Cunaxa). I mercenari sbaragliarono i Persiani che avevano davanti ma Ciro si spinse troppo audacemente a caccia del fratello e fu ucciso. Finito quindi l'oggetto del contendere, i mercenari si trovarono lontanissimi dalla Grecia, e per peggiorare le cose un Satrapo (ovvero un governatore locale) di nome Tissaferne, desideroso di eliminare questi scomodi invasori, invitò i loro comandanti per trattare e li uccise a tradimento. La massa di mercenari seppe però darsi nuovi comandanti, uno dei quali fu lo stesso Senofonte che scrisse le loro imprese, e dopo una marcia interminabile questi uomini guadagnarono finalmente il ritorno a casa. Quelli che la fecero, ovviamente.

Ho tratteggiato lo svolgimento di questo testo classico qui perché il libro di Kearney non se ne distacca in maniera sensibile, e questo è stato per me motivo di disappunto. Nemmeno per la battaglia di Cunassa l'autore ha inventato un nome diverso!
Ovviamente ci sono dei dettagli nell'ambientazione, i mercenari vengono dal popolo dei Macht che si ritengono diversi da tutti gli altri popoli del mondo, che chiamano indistintamente Kufr. L'Impero del Grande Re, dove i mercenari saranno chiamati per dirimere la questione dinastica, è composto di diversi popoli stravaganti (tutti Kufr, quindi), ma mentre Senofonte nella sua opera ci descriveva usi e costumi strabilianti dei vari popoli soggetti ai Persiani qui c'è un accenno di diversificazione fantasy, con la creazione di razze umane differenti unite sotto un unico sovrano.

Insomma la storia ricalca il classico con una fedeltà e una mancanza di originalità che mi ha colpito un po' negativamente. Quanto alle atmosfere che questo libro crea, soprattutto si distingue il duro mondo dei combattenti, un mondo di sangue, budella ed escrementi condito da odori rivoltanti, urla e frasi oscene di ogni genere. Il tutto con la morte sempre pronta a segnare la fine del percorso.
Non un capolavoro, e anche meno creativo di quel poco che si può permettere l'opera che riprende una storia già detta, ma direi che The Ten Thousand è un libro con una sua personalità, e una leggibilità scorrevole.

2 commenti:

Claudio Giubrone ha detto...

In sostanza ha preso una storia antica, ha cambiato qualche nome, l'aspetto delle persone, l'ha riscritta in inglese e l'ha spacciata per fantasy?
Dal tuo post questo libro mi sembra un insulto agli artisti.
L'autore cosa ha fatto di suo?

Bruno ha detto...

L'autore di suo ci ha messo uno stile impostato al duro realismo e qua e là inutilmente volgare (e lo dice uno che con le parolacce non scherza!). Buona una sua idea: il traditore che ordisce la trappola ai danni dei capi mercenari non è un governante locale come nell'Anabasi ma un generale macht che serviva da tempo la casa regnante e che aveva condotto l'esercito del Grande Re alla battaglia in cui il pretendente era rimasto ucciso (in un duello con il fratello stesso, nel libro di Kearney). Quindi uno della stessa razza dei mercenari che mette "professionalmente" la sua fedeltà al datore di lavoro al di sopra dell'affinità etnica.
L'amico e collega di questo generale è un certo Posix che appartiene a una razza (detta Juthan) di schiavi dalla pelle grigiastra, disprezzato dai suoi stessi compagni d'arme d'etnia più nobile: la sua scelta (SPOILER!) sarà però di ribellarsi per dare la libertà al suo popolo: proprio alla battaglia decisiva per eliminare i mercenari in fuga i soldati-schiavi Juthan mollano il pacco e questo causerà lo sfaldarsi del dominio del Grande Re in una guerra civile che favorirà la ritirata dei Macht.
Mi sono comunque divertito a leggere un libro fantasy d'impostazione decisamente militare, come non ne trovavo da tempo. Però a parte i dettagli che ho riportato qui, e poco altro, non c'è una grande originalità in questo libro.