domenica 30 dicembre 2012

Buon 2013 a tutti e buoni propositi (miei)

Speriamo che l'anno prossimo sia buono, visto che il 2012, a parte l'apocalisse che è mancata, non è andato proprio per il meglio, anche per ragioni familiari e personali. Buoni propositi? Per quanto mi riguarda spero di riuscire a dedicare più tempo alla lettura e a scrivere. Devo ammettere che le cose negli ultimi tempi non sono andate come speravo. E sono stato dispersivo.
Avevo diversi progetti in ballo, ma alcuni come il "famoso" romanzo Magia e Sangue sono fermi per sfiducia (dopo aver proposto ad alcune case editrici, e partecipato a qualche concorso andando in finale ma mancando la pubblicazione che era il premio, mi son stufato). E poi non mi soddisfa più, penso che vada riscritto (per l'ennesima volta...).

Nel frattempo ho messo altra carne al fuoco. Gli articoli che ogni tanto scrivo nel blog su donne al potere, donne guerriere, ecc... si stanno evolvendo in un progetto grosso, che però necessita di tempo per realizzarsi.
Un altra delle mie idee, raccogliere le critiche a Tolkien e discuterle (per critiche intendo quelle assolutamente negative sul grande scrittore inglese) l'ho portata avanti con entusiasmo per un certo periodo ma non è stato semplice procurarsi il materiale (alcuni sono saggi comparsi 20 anni fa e mai ristampati, altre critiche sono cmoparse in riviste e pubblicazioni minori e via dicendo). Nella mia tabella di marcia era una cosa che dovevo far fuori mesi fa, ma non è andata così. Insomma vorrei portare a termine il lavoro, ma non sarà semplice.
Poi m'è venuta l'idea di ripescare Khaibit, il racconto che aveva partecipato (non passando la selezione) al concorso per l'antologia Sanctuary, e di trasformarlo in un libro. Obiettivo riuscito, diciamo, nel senso che il testo è scritto, e ora c'è il lungo lavoro di revisione. Sono in ballo.

Poi c'è il mio gioco, che un sacco di tempo fa diedi come cosa fatta e pubblicazione pronta, visto che era perfino pronta la scatola. Oh gaudio, niente da fare, per una serie di vicissitudini non si potrà farne nulla. Ebbene, il mio proposito per il 2013 è di rendere disponibile al pubblico (non necessariamente a pagamento, che farsi pagare è fatica improba di questi tempi) ALMENO uno dei miei progetti. Ci riuscirò?

giovedì 27 dicembre 2012

E' morto Gerry Anderson

Gerry Anderson, da tempo malato, non c'è più. Per chi ha seguito con passione la serie UFO tanti anni fa, un produttore leggendario, anche considerando che non era certo un'epoca in cui si potesse fare gran che al cinema o alla TV, con i mezzi tecnici di allora.
Per questo molti non potranno contestualizzare, e capire che ruolo da precursore egli abbia avuto.




Looper

Joe Simmons (interpretato da Joseph Gordon-Levitt) è un killer che si troverà a dover affrontare se stesso più vecchio di 30 anni (nei panni di Bruce Willis), in un bizzarro e paradossale film di fantascienza.

Looper è un film che inizia con un po' di scene che devono spiegare le premesse: in futuro verrà inventato il viaggio nel tempo ma sarà strettamente proibito. I criminali lo useranno per eliminare le vittime, poiché sarà un mondo in cui per qualche motivo eliminare un cadavere è diventato impossibile; esiste inoltre un limitato potere di telecinesi; e infine i killer, che appartengono al passato, si chiamano "looper," essi uccidono in certi orari le vittime e le fanno sparire: queste compaiono a un orario determinato in un posto deserto, si beccano una bella fucilata prima di poter reagire (sono legate) e vengono bruciate. Fino a che i killer uccidono sé stessi, perché dopo una trentina di anni il looper viene eliminato (e quindi si chiude il cerchio, ovvero si chiude il loop: da qui il nome). C'è anche un boss mandato dal futuro, Abe (Jeff Daniels) a controllare che le cose vadano liscie. Ma cosa succede se uno di questi auto-ammazzamenti non va a buon fine? Il vecchio killer che deve essere eliminato non potrebe avere da ridire sul passato che lo ha condotto fino a quel punto? E cosa fa il "se stesso" di 30 anni più giovane, che ha mancato la missione?

Infodump? Ma va bene lo stesso, viene presentato in maniera accettabile con un po' di sequenze iniziali dove abbiamo una voce fuori campo. Ma perché la mafia deve eliminare i suoi killer? Perché creare un elemento così distruttivo e un ovvio motivo di ribellione? Nessuna spiegazione e io sono di vecchia generazione, faccio fatica a godermi un film quando c'è una sciocchezza nelle premesse. Tanto più che vi è un limite ben preciso, questi killer sanno che dopo 30 anni verranno eliminati a loro volta, mi vien proprio da pensare che all'avvicinarsi della data non vorranno farsi eliminare. Insomma, un'ambientazione che mi lascia dei dubbi.

Si possono immaginare mille situazioni strane e in effetti qualcuna che ne sarà. Ad esempio Joe incontrerà se stesso. Però il film sarà incentrato su una missione relativamente semplice per il vecchio Joe e la sua versione giovane, non anticipo, ma la presenza di Bruce Willis nel cast e il tipo di trama mi fanno pensare a una "versione diversa" di L'Esercito delle Dodici Scimmie, una dove l'eroe può veramente cambiare il futuro con le proprie azioni.

Ovviamente questo rende la trama anche più incasinata perché ciò che si fa nel passato può modificare il futuro (e la prospettiva di chi è tornato indietro). Uno degli artifici introdotti in Looper è la memoria difettosa di Joe versione vecchia che può ricordare con certezza le cose solo dopo che sono avvenute: prima sono solo delle "possibilità" che non si svelano chiaramente a lui.

Un film di difficili scelte, di atmosfere tristi in un mondo che va a pezzi, di crudeltà ma anche di vite da salvare, d'azione ma con momenti riflessivi e situazioni paradossali. Un colpo di scena finale che va a corteggiare i classici paradossi sui viaggi nel tempo. Degna di menzione l'interpretazione di Emily Blunt nei panni di una donna che vive isolata in una fattoria ed è coinvolta nel destino dei due Joe; di Rian Johnson, che è regista e anche sceneggiatore, direi che ha sviluppato male un'idea potenzialmente buona. C'è anche Paul Dano, quello di Ruby Sparks (recensito qualche giorno fa qui su Mondi Immaginari).

Non ce la faccio a dire che Looper sia un gran film ma si fa guardare e ha qualche momento interessante, nonostante le premesse facciano un po' a pugni con la logica.


sabato 22 dicembre 2012

Safety not Guaranteed

Safety not Guaranteed è uno strano film di fantascienza che parla di viaggi nel tempo. Un film fatto con pochissimi soldi ma una certa originalità. Parte dalla storia di Darius, ragazza solitaria e un po' triste, che vive col padre dopo la morte della madre e (dopo gli studi) lavora come stagista malpagata presso un giornale di Seattle. In una riunione di redazione il giornalista Jeff coglie una possibile notizia da sviluppare in un annuncio di giornale dove uno sconosciuto cerca un accompagnatore per un viaggio nel tempo, specificando che il candidato dovrà portarsi le proprie armi e che, poiché in passato il viaggio è stato fatto una volta sola, "la sicurezza non è garantita."

Per Jeff c'è la possibilità di indagare sul personaggio che ha messo l'annuncio e fare un articolo divertente, una piccola indagine. Ottiene l'incarico e si porta dietro due stagisti, Darius e l'indiano Arnau, studente timido e impacciato.

In verità Jeff è interessato all'articolo solo in parte: vuole anche ritrovare una vecchia fiamma che vive nella località in cui ha origine l'annuncio, e farsi una vacanza pagata dal giornale. Presto, anche con l'aiuto di Darius, si scopre che il personaggio dell'annuncio, Kenneth, è un commesso di negozio forse poco stimato dai suoi colleghi e capi, e apparentemente un po' strano. Non un rincretinito, ma qualcuno con convinzioni tutte sue per la testa. Jeff lo incontra e fallisce l'approccio miseramente, ma Darius riesce a conquistare la  fiducia di Kenneth e a candidarsi per il viaggio nel tempo.

Kenneth comincia a preparare l'avventura, e Darius scopre che nutre forti apprensioni su spie e agenti governativi che lo terrebbero d'occhio, mentre Jeff cerca la ragazza dei tempi che furono. Riesce a vederla da lontano, dapprima la trova invecchiata male ma fa in modo di incontrarla. Quanto ad Arnau, la sua evidente timidezza è l'argomento di continue prese in giro da parte di Jeff, che però cerca anche di aiutarlo a uscirne fuori.

Tutti i personaggi hanno dei rimpianti in un avvenimento del passato o nel tempo perduto, o nella gioventù che non durerà in eterno, ed è questa, senza anticipare altro, la vera tematica del film, che avrà qualche svolta imprevista nel seguito (Kenneth ha davvero le conoscenze per creare una macchina capace di fare il viaggio nel tempo? E riuscirà a usarla? Davvero ci sono spie che lo tengono d'occhio?).

Due parole sul cast. Il regista, Colin Trevorrow, mi è completamente ignoto, gli attori pure, ma hanno un minimo di curriculum alle spalle: Jake Johnson è protagonista della serie TV New Girl con Zooey Deschanel e qui interpreta Jeff, il giornalista; Aubrey Plaza (Darius, la stagista) ha avuto un certo successo in una serie TV, Mark Duplass (Kenneth) è attore, produttore e sceneggiatore. E poi c'è Karan Soni nel ruolo di Arnau, lo stagista indiano. Tutti bravi e ben calati nei ruoli.

Giudizio finale? Carino, accattivante e curioso, davvero ben realizzato (con una somma che, per gli standard USA è praticamente ridicola). Una sorpresa di film.


mercoledì 19 dicembre 2012

Le Città nelle Nuvole

Geoffrey A. Landis è uno scrittore di fantascienza di quelli con solidissime basi scientifiche, essendo come principale mestiere un ricercatore della NASA. Questo The Sultan of the Clouds, in italiano Le Città nelle Nuvole, edito da Delos Books, è un romanzo fin troppo breve che s'incentra sull'idea di colonizzare il pianeta Venere in una maniera assolutamente originale.
L'idea mi aveva fatto sorridere all'inizio: pensando a Venere viene subito in mente un pianeta bollente, ricco di gas velenosi e irrespirabili, insomma un posto inevitabilmente precluso alla presenza umana. L'idea di Landis è di enormi città dirigibile, per così dire, città gallegganti negli strati più alti dell'atmosfera, dove la vita (secondo lui... io non mi pronuncio) può svolgersi relativamente senza problemi. Ovviamente, però, l'atmosfera resta velenosa. Non si tratta di un libro scritto quando si sapeva poco o nulla dell'universo, anzi è recentisse, perciò se lo dice Landis che è un addetto ai lavori magari c'è qualcosa di praticabile nell'idea. Ma perché si debba andare su un pianeta dove sfruttare il suolo sarebbe improponibile e per coltivare il proprio giardino volante si dovrebbe portare la terra fertile da un altro luogo? Questi restano dubbi che il libro non risolve.
Ad ogni modo nell'ambientazione di questo libro la colonizzazione dello spazio, pur costosissima e fallimentare per molti di quelli che ci hanno provato, è in atto da parecchio tempo, ma solo alcune grandi famiglie ne hanno tratto beneficio.

In questo scenario abbiamo un tecnico che viaggia assieme a una scienziata verso il pianeta: lei ha ricevuto un invito da un giovanissimo rampollo di una di queste famiglie possidenti... così i due scoprono questo meraviglioso mondo di città sospese nell'aria. Tra le curiose scoperte che ci sono da fare su Venere abbiamo anche il matrimonio a treccia, una specie di cerniera generazionale dove ci si sposa due volte: la prima da ragazzini, con una persona matura, la seconda nella maturità, con una persona assai giovane. In questo modo (salvo incidenti!) una matrimonio dura in eterno. Il protagonista comunque ha poco da divertirsi: scopre presto che esiste una minaccia assai seria...

Il libro è brevissimo, più un racconto leggermente gonfiato che un romanzo. Perciò c'è poca sostanza per dare spessore alle idee, come se a Landis interessasse più che altro mettere una cornice di umanità in movimento attorno alla sua idea di città più leggere dell'aria. Comunque è una lettura piacevole: se questo breve esempio può esser preso a prova, Landis si rivela più abile come scrittore di certi mostri sacri che se la cavavano più con l'arido linguaggio scientifico che con personaggi e trama.

sabato 15 dicembre 2012

China Miéville parla di Fantascienza e Fantasy

Segnalo questo video dove parla lo scrittore China Miéville riguardo al fantastico, e critica l'opinione di alcuni riguardo alla fantascienza, che sarebbe "più intelligente" del fantasy.
L'inglese leggo e lo scrivo (male) ma non sono molto anglofono quindi non ci capirò un gran che. Mi consola che, pare, questa strana malattia (gli appassionati di fantascienza duri-e-puri che si sentono in dovere di disprezzare il fantasy) non esista solo da noi. Se siete anglofoni, guardate un po'...




Io personalmente trovo certe divisioni veramente ridicole. E ovviamente amo sia la fantascienza che il fantasy.

giovedì 13 dicembre 2012

Lo Hobbit - Un Viaggio Inaspettato

Me lo sono visto a due dimensioni perché quasi 3 ore di occhialini mi preoccupavano un po'. Magari ho perso qualcosa a livello di profondità delle visuali... Il problema principale però è stato che il film a tratti diventa noioso. Lo stile e le immagini che mi avevano sicuramente suggestionato a suo tempo con la trilogia del Signore degli Anelli adesso non riescono ad accendere in me lo stesso interesse, e la storia procede a un passo terribilmente lento.
Ho paura che l'avidità di trarre una trilogia di sicuro successo (prevedibilmente...) da un materiale piuttosto scarno all'origine abbia tirato qualche brutto scherzo alla produzione. Del resto se coloro che vanno al cinema sperando solo in un bel film possono essere un po' delusi, non è che gli appassionati di Tokien saranno entusiasti di certe licenze di Peter Jackson con la storia e con l'apparenza dei suoi nani (alcuni decisamente troppo bellocci e qualcuno troppo "umano," per quanto ci siano anche qui i momenti in cui vengono fatti bersagli del ridicolo, come era successo a Gimli nella trilogia del SdA).

Martin Freeman nei panni di Bilbo Baggins e Ian McKellen in quelli di Gandalf aiutano a rendere questo primo Hobbit abbastanza piacevole; ho gradito che, per varie parti non principali, siano stati ripresi gli attori della vecchia trilogia (Elrond interpretato ancora da Hugo Weaving, Galadriel da Cate Blanchett, Saruman da Christopher Lee).
Orchi, lupi mannari e Troll sono ben riusciti, gli orchi in particolare più convincenti che nella precedente trilogia. Paesaggi neozelandesi... tutta roba che già sapete.
Stranissimo, ma non ho molto da dire su questo film.

Alla fine, dopo tanta attesa, la visione è stata abbastanza anticlimatica. Forse era il caso di stringere The Hobbit in un solo film? Chi lo sa. Penso comunque che fra un annetto, quando uscirà il secondo della serie, non oserò mancare.

lunedì 10 dicembre 2012

Ruby Sparks

Una commediola romantica su uno scrittore giovane, di successo, ma solitario e insoddisfatto. Bene, mi chiederete, cosa c’è di attinente al fantastico? Il fatto che questo scrittore, Calvin (Paul Dano), in un momento di crisi d’ispirazione ed esistenziale comincia a scrivere della ragazza dei suoi sogni (non una bellona, ma una tipa simpatica, eccentrica e piena di vita) e questa un bel giorno compare in carne e ossa. Il nostro scrittore cerca di ignorarla, cerca aiuto dallo psicanalista perché crede di essere diventato pazzo, ma si accorge che anche gli altri la vedono. Solo il fratello, Harry (Chris Messina), sa della vera natura di Ruby, ovvero che questa misteriosa ragazza (che è interpretata da Zoe Kazan, nella vita reale legata sentimentalmente a Paul Dano) è nata dalla fantasia di Calvin. La sceneggiatura è sempre di Zoe. Insomma, lei ha immaginato che il suo fidanzato nella vita reale fosse uno scrittore intento a immaginare la ragazza delle proprie fantasie, che poi sarebbe proprio lei, fino a farle prendere vita, e a quel punto l'ha interpretata sullo schermo: bizzarro, eh?

Sembra comunque che sia risolto ogni problema esistenziale del nostro Calvin. Si rende conto che ogni volta che scrive di lei può influenzare il suo comportamento, il fratello vorrebbe che lo facesse, ma per Calvin va tutto bene e preferisce non farlo.
Cominciano i guai quando Calvin va a visitare sua madre che convive con un nuovo partner (interpretato da Antonio Banderas): si vede quanto lui sia impacciato e non voglia rapportarsi alla sua famiglia, mentre Ruby cerca di fare tutto il possibile per andare d’accordo e farlo ritornare in sintonia con sua madre.
Presto Calvin si accorge che la ragazza ha in effetti una propria mente e prende delle decisioni di testa propria: non necessariamente con lui all’epicentro di tutto. Alla fine è chiaro che Ruby vuole altre esperienze, non vuole sempre dormire a casa sua, insomma Calvin sta per perderla: quindi deciderà di tornare al misterioso manoscritto per aggiungere una riga e cambiare la situazione. Ma è giusto farlo? E quali saranno le conseguenze?

Commedia leggera con un finale ottimista (che preferisco non rivelare qui), con momenti piacevoli, e qualche spunto interessante e degno di riflessione (ad esempio: quanto sforzo è giusto mettere nella creazione di un personaggio o di un mondo immaginario?).
Il richiamo al mito di Pigmalione, ovviamente, non è casuale. Ma qui è diverso: non è detto che, se un uomo può creare la donna dei propri sogni, lui sia... l'uomo dei sogni di lei.

venerdì 7 dicembre 2012

Off Topic: Cross of Iron

 (a broken english translation will follow)

Questo libro "dovevo" prima o poi leggerlo perché ha ispirato un grande film di guerra (Cross of Iron) diretto da un grandissimo regista (Sam Peckinpah).
L'autore è Willi Heinrich, un ufficiale tedesco divenuto scrittore dopo l'ultimo conflitto mondiale (è morto alcuni anni fa). Le sue esperienze belliche sono alla base della storia narrata, e alcuni dei fatti e dei protagonisti del libro sono basati su situazioni e personaggi veramente esistiti.
Il titolo del libro è diventato Cross of Iron nelle ristampe dopo il successo del film, il titolo in origine era Das Geduldige Fleisch ovvero "La carne paziente" e in effetti in italiano esiste un'edizione con quel titolo. Io ho letto dall'inglese il moderno Cross of Iron (ed. Cassell) dove so che i nomi di alcuni protagonisti differiscono dall'originale libro tedesco. L'articolo italiano nella Wikipedia consultato oggi afferma nelle note che nel libro, diversamente dal film, il principale protagonista (Rolf Steiner) fosse stato degradato per essersi rifiutato di sparare su dei civili: non è così nella versione che ho letto io e mi domando se l'edizione italiana sia stata a suo tempo rimaneggiata, o se magari fosse fedele all'originale tedesco più della versione inglese che ho letto.

A parte questi dubbi, il libro è meno fitto di combattimenti rispetto al film, e certamente meno spettacolare nelle scene di scontri che descrive: a volte i combattimenti si risolvono in maniera piuttosto sbrigativa, anche se non mancano scene di battaglia estremamente vivide e situazioni drammatiche piuttosto prolungate. E' descrittivo, talvolta intimista, denso e abbastanza lungo: 478 pagine in inglese, sarebbero oltre 500 in italiano. La storia ha una certa coralità perché passa dal punto di vista di tutti i personaggi, ma è un coro che si spegne piano piano, a mano a mano che gli uomini muoiono in battaglia. La trama narra le vicissitudini di un battaglione di fanteria tedesco, coinvolto nella ritirata seguita alla sconfitta di Stalingrado. Una lotta senza quartiere dove i tedeschi, consapevoli del disastro che hanno subito e ormai demoralizzati, sono spinti dal nemico baldanzoso in una sacca, la penisola del Kuban (parte occidentale del Caucaso, che vedete tratteggiata nella mappa in giallo) e rimangono isolati dal resto dell'esercito tedesco, con il mare alle spalle. (Particolare storico: Hitler decise di tenere quella testa di ponte nel Caucaso nell'illusione di contrattaccare in seguito, in verità sarebbe stato possibile ritirare le truppe). Mentre il disastro si svolge, abbiamo il plotone del sottufficiale Steiner intento in varie imprese (sia per salvare la pelle sia per tenere la linea, che per compiere contrattacchi folli), mentre i comandanti si macerano nel senso di colpa di protrarre un'agonia che non può portare a nessun risultato e altri personaggi disonesti cercano medaglie e gloria, ma senza avere le capacità o il coraggio per procurarsele, oppure tramano per ottenere trasferimenti nella gaia Parigi.

Tra idiosincrasie personali, pericoli micidiali, destino comunque segnato, seguiremo la lotta per la vita del plotone di Steiner e le vicissitudini di altri personaggi. Il film certamente è più emozionante e meglio riuscito (almeno secondo me), tuttavia questo libro è un classico della narrativa di ambientazione militare.




Il film e il libro.
Da qui in avanti parlerò delle similitudini e differenze tra libro e film, facendo necessariamente anticipazioni sulla trama di entrambi (se non avete visto il film tanto vale che interrompiate qui la vostra lettura).
Per prima cosa c'è da notare che i personaggi principali nel film ci sono tutti, ma non necessariamente fedeli al libro. La storia ricalca le medesime tematiche ma è in parte differene, in parte "montata" in un ordine diverso nel film. Il colonnello Brandt nel film ha un aspetto rassicurante ed è paterno e umano, per quanto possibile, mentre nel libro è un uomo teso e tirato, estremamente cinico e disincantato, consapevole di svolgere un ruolo che condanna degli uomini a morire inutilmente e lucido nel vedere la propria esistenza priva di senso. Il suo aiutante, il capitano Kiesel, che nel film è completamente disfattista, sempre intento a bere o a fumare, e dall'aspetto sciatto e stropicciato, al contrario nel libro viene presentato come un personaggio più controllato, efficiente, che condivide alcuni dei sentimenti del suo capo ma non li vuole portare fino alle estreme conseguenze: anzi talvolta lo schietto disfattismo di Brandt lo mette un po' a disagio. Il capitano Stransky, l'avversario di Steiner, nel film ha una certa dimensione che riscatta la sua inettitudine, mentre è assai più debole e forse meno riuscito nel libro. Non anticipo la maniera in cui esce di scena, limitandomi a dire che il finale del film, per quanto confusionario, è molto meglio riuscito del finale di questo libro.

Steiner (più giovane di James Coburn quando lo ha portato sullo schermo) è meno infallibile e i suoi uomini sono meno efficaci (nel film sembrano quasi un commando). In alcune azioni Steiner si rivela poco zelante e le porta a termine solo per non fare brutta figura, commette errori, e soprattutto verso i suoi uomini è piuttosto duro e aggressivo, molto più che nel film, anche se con alcuni di loro sviluppa comunque un'amicizia profonda. Ne fa fuori uno, però, colpevole di aver messo tutti gli altri nei guai, e lo fa in maniera piuttosto cinica.

La sua idiosincrasia è in parte dovuta a un incidente dal sapore piuttosto... letterario (la fidanzata che prima della guerra muore in montagna per un incidente, e lui che la vede morire senza poter fare niente). L'ostilità di Steiner verso gli ufficiali (e la famosa scena in cui evita di rovinare Stransky perché vuol vedersela personalmente coi suoi nemici senza approfittare della benevolenza del comando di battaglione) nel libro non mancano, ma il sergente ha paura delle parole che ha pronunciato, e in seguito è tentato di chiedere scusa. Tutto sommato un personaggio meno mitico, molto più umano: comunque mantiene un aspetto enigmatico come nel film. La sfida con Stransky è il filo conduttore principale, ma si svolge (e termina) in modo molto diverso. Personalmente il libro mi è piaciuto ma il film... molto di più.


Cross of Iron

I had to read this book sooner or later, because it inspired a great war movie (Cross of Iron) directed by the great Sam Peckinpah.

The author is Willi Heinrich, a German officer who became a writer after the Second World War (he died a few years ago). His war experiences are the basis of the story, and some of the events and characters of the book are based on real situations and people.
The title of the book became Cross of Iron in reprints after the film's success, the title was originally Das Fleisch Geduldige or "The Willing Flesh" in the first editions. I have read the modern English Cross of Iron (Cassell) where as far as I know the names of some characters differ from the original German book. Notes in the italian Wikipedia article I read today say that the main protagonist (Rolf Steiner) was demoted, in the book, for refusing to fire on civilians: this fact doesn't appear in the version I read: I wonder if the Italian edition was edited, or maybe if it was more faithful to the original German than the English version I read.


Apart from these considerations, the book devotes less space to the combat compared to the film, and certainly is less spectacular in the battle scenes it describes: sometimes the fights are resolved in a quick dismissive way. But there are a couple of battle scenes extremely vivid, and tension and drama. The book is descriptive, sometimes intimate, pregnant and quite long: 478 pages in the English version. The story has a certain choral feel as it passes from the point of view of all the characters, but it's a chorus that goes off slowly, gradually, as men die in battle. The plot tells the vicissitudes of a German infantry battalion involved in the retreat after the defeat at Stalingrad. A terrible struggle where the Germans, saddened by the disaster they have suffered and demoralized, are driven by a bold enemy in a pocket, the Kuban peninsula (western part of the Caucasus, which you see on the map in yellow) where they remain isolated from the rest the German army, with the sea behind them. (Historical hint: Hitler decided to keep the bridgehead in the Caucasus dreaming of a later counteroffensive, whereas he could have managed to withdraw the troops). While the disaster takes place, we have sergeant Steiner' platoon intent in various actions (to save their own skins, to defend the front line, to make insane counterattacks), while the commanders macerate in guilt because they have to prolong agony that can not lead to any result; other dishonest people are in seek of medals and glory, lacking the ability and the courage to deserve them, or plotting to get transfers in quiet Paris.
In between personal idiosyncrasies and dire perils, we follow the struggle for life of Steiner' platoon and the vicissitudes of other characters. The film certainly is more exciting
(at least in my opinion) and more successful, still this book is a classic of military fiction.


The film and the book.
From here on, I will discuss the similarities and differences between book and film: spoilers ahead! (if you didn't see the movie yet, you might as well stop here).

First, it should be noted that all the main characters in the film are there as well, but they are not necessarily portrayed in the same way. The plot is similar, but many scenes are arranged in a different order than in the movie. Colonel Brandt is a reassuring, paternal and human, figure in the film, whereas in the book he's a man strained and bleak, extremely cynical and disillusioned, aware of playing a role that condemns his men to die needlessly; he doesn't find no more sense in his own life. His adjutant, Captain Kiesel, which in the film is a complete defeatist, intent on drinking or smoking and looking sloppy and wrinkled, here in the book is a character more self centered, sober, efficient. He shares some of the feelings of his chief but he does not want to develop them to their ultimate consequences: he's a little uncomfortable in front of the outspoken Brandt. Captain Stransky, the adversary of Steiner, in the movie maintains a certain stature that redeems his ineptitude, while he's much weaker and perhaps less successful as a character in the book. I wont anticipate the way he disappears from the story, I'll simply say that the ending of the film, as confusing as it is, it is much more satisfying than the finale of the book.
Steiner (younger than James Coburn was when he brought him to the screen) is not infallible and his men are less effective (in the film they almost look like a commando). In some fights Steiner reveals himself to be not so zealous and goes on just not to look bad; he make mistakes sometimes, and to his men is rather harsh and aggressive, more so than in the film, even though with some of them, however, he develops a deep friendship. He's not above eliminating one of them, though: Steiner decides that Zoll, guilty of putting everyone else in trouble, has to disappear from the platoon, and he causes his death in a rather cynical way.
His idiosyncrasy is partly due to an accident that tastes like... a literary handle (his girlfriend died before the war in the mountains in an accident, and hewatched her die without being able to do anything). Steiner's hostility toward the officers (and the famous scene where he chooses not damage Stransky because he wants to deal personally with his enemies without taking advantage of the goodwill of the battalion commanders) is in the book, but there the sergeant repents about being too much outspoken, and later even thinks to apologize (he does not). All in all Stainer is a less legendary character, more human, but he still retains an enigmatic face like in the movie. The duel between him and Stransky is the main thread, but goes on (and ends) in a very different way. I liked the book but the movie in my opinion... is much better.






lunedì 3 dicembre 2012

Vogliamo l'Apocalisse! Ma davvero?

Ho affermato poco tempo fa che alle pandemie, invasioni di zombi e altre catastrofi che spazzano via l'umanità, lasciando pochi superstiti a vedersela come possono o creando un futuro di povertà con passatempi scemi e crudeli alla Hunger Games. Ora arriva (in inglese) sulla pagina di io9 questa riflessione sul perché le visioni apocalittiche siano così di moda (come quasi sempre su quel sito, vi è poi il link a un articolo più esteso: sempre in inglese).

In pratica, noi vogliamo che l'apocalisse avvenga perché le vite frenetiche e la disumanizzazione del giorno d'oggi ci hanno portato a saturazione e vorremmo un futuro "idilliaco" senza tecnologia. Questa è una semplificazione mia, ovviamente, l'articolo è più complesso, e riflette sul successo di certe serie televisive, tipo Revolution (facendo la pungente osservazione che non importa nemmeno più come l'apocalisse avviene, importa solo il dopo). Non posso commentare le serie TV che non seguo. Comunque per l'articolista l'apocalisse sarebbe, come la famosa livella, il correttore delle mille ingiustizie, il carnefice della macchina invisibile che governa spietatamente le nostre vite pur facendo finta di non esserci; creerebbe una nuova giustizia (alla Conan, direi) capace di riportare il potere della forza fisica ad avere la meglio sulle canaglie che sfruttano la gente rimanendo in un grattacielo dietro lo schermo di un computer. Renderebbe anche le relazioni sentimentali molto più semplici (io sono Tarzan, tu sei Jane...). Sempre secondo l'autrice del pezzo (Heather Havrilesky) anche una storia terribile come The Road nasconderebbe il segreto desiderio del suo autore per paesaggi deserti e orizzonti vuoti.
Alla meglio, fronteggiando le prospettive più terribili dell'apocalisse, si ha una scusa per le proprie fantasie morbose. Alla peggio si fantastica su un ritorno a un mondo "vero" e naturale.

La visioni apocalittiche, prima che strabordassero, mi piacevano. Ora stanno diventando come i romanzi fantasy dove l'elfo è raffinato con le orecchie a punta e il nano afferra rudemente la sua ascia, ed è esistita un'epoca d'oro cui vorremmo ritornare. Mi stanno stancando, stanno diventando un cliché. Mi chiedo se davvero nascondano il desiderio del "ritorno a una vita semplice" ma se davvero esistesse (e fosse maggioritario) questo desiderio inconscio, allora fa davvero il paio con un certo fantasy intriso di nostalgia conservatrice.

Chiunque abbia una minima dimestichezza con il funzionamento delle società avanzate dovrebbe sapere che non c'è alcun ritorno a un mondo naturale senza il sacrificio di miliardi di vittime. Senza il complesso sistema che vive di fertilizzanti, utensili, trasporti, elettricità, fabbriche, sale operatorie sterilizzate, su questo pianeta potrebbe sopravvivere solo una piccola parte delle persone che vivono oggi.

Inoltre, fa un po' ridere il fatto che tutti si identificano con l'eroe che ce l'ha fatta. I miliardi di persone che non sono sopravvissute sono stati convenientemente messi alle spalle. Chissà quanti si identificano nell'eroe che vive di cacciagione mangiata cruda e magari prendono quotidianamente qualche farmaco salvavita, e non pensano che nel caso in cui non venisse più prodotto, anche saccheggiando tutte le farmacie, potrebbero cavarsela solo per un po': poi arriverebbe la data di scadenza. O magari non sono giovani e allenati, non si trovano nelle condizioni fisiche migliori per affrontare certe situazioni, eppure tutti sono affascinati da questo futuro apocalittico. Senza contare che tante situazioni di sopraffazione, il ritorno all'homo homini lupus, possono divertire solo... finché il lupo sei tu.

Nello stesso tempo, a quello che sta succedendo nel mondo reale e alle possibili implicazioni sociali, politche e culturali (riflessioni che ho già proposto nell'articolo che ho linkato all'inizio) non se ne vuole interessare nessuno, o quasi. Probabilmente il crollo del nostro stile di vita fa troppa tristezza e troppa paura, è più bello immaginarsi con arco e frecce, a caccia di cervi tra le rovine dei grattacieli.







sabato 1 dicembre 2012

Segnalazione

"...perlacaritàdiddio, preferisco farmi strappare la lingua con un cavatappi piuttosto che assistere ancora una volta a un dialogo intergenerazionale tra un padre e una figlia in un casale in Toscana. Abbiate pietà di me."
Lucia Patrizi sul cinema italiano. Il resto è qui.

venerdì 30 novembre 2012

The Black Company

Glen Cook è un autore statunitense piuttosto prolifico e ormai un po' vecchiotto, eppure poco tradotto in Italia. Anzi, della sua opera principale nulla saprete se non ve la leggerete in inglese.
Sto parlando della Black Company, una compagnia di ventura antica e gloriosa, narrata in prima persona da un personaggio (Croaker) che ne è il medico e l'annalista, ovvero l'incaricato a scriverne la storia. Questo nel primo volume, ovviamente. Sono parecchi i tomi scritti sulle avventure di questa unità, io ho letto solo l'inizio. Sono stato spinto alla lettura dalla diceria che Steven Erikson (di cui ho letto il primo libro della serie Il Libro Malazan dei Caduti) si fosse pesantemente ispirato a Cook e che i suoi "Arsori di Ponti" fossero pesantemente indebitati con la Black Company. Ovviamente speravo anche di leggere un buon fantasy.

Andiamo con ordine. Alla domanda se Erikson abbia spiluccato le idee di Cook non risponderò con dure certezze ma secondo me la somiglianza di certe atmosfere è notevole e non può essere casuale. Debito probabile, quindi, se volete la mia opinione.

Per quanto riguarda il libro, sono molto combattuto. Un fantasy militare dove si descrivono situazioni da caserma, se vogliamo, ma si entra nel vivo di una maledetta battaglia soltanto verso la fine. I maghi qui sono l'equivalente di un soldato specialista, che so io, un esperto di esplosivi o un cecchino d'un esercito moderno, visti con una certa venerazione dagli altri militari ma in fondo uguali agli altri. Ho già detto parlando di Erikson (chissà se qualcuno dei miei sparuti lettori lo ricorda, eh eh!) che questo è lontanissimo dal mio modo d'intendere il magico in un fantasy, non sono bigotto sui miei gusti però mi annoia abbastanza. Soprattutto se i due maghi della Black Company fanno i buffoni in un rapporto di complicata amicizia che li porta a sfidarsi e beffeggiarsi di continuo, facendo uso anche delle proprie capacità magiche: insomma un intermezzo comico che ogni tanto viene a interrompere la narrazione. Ho così saltato delle pagine intere, a un certo punto. Per amore di verità devo aggiungere che ci sono anche personaggi con poteri magici di tutt'altro spessore a rimettere un po' in equilibrio la situazione e a creare un po' di "sense of wonder." Vedi sotto.

Atmosfere pesanti e darkeggianti, rovinate dal realismo e dalla modernità di certe situazioni e del linguaggio. Sembra proprio che l'autore non ce la faccia a immedesimarsi e immergersi in un mondo secondario. Una citazione delle tante che potrei fare: Goblin sounded like he was regressing toward childhood. Ovvero nella mia traduzione affretata: Goblin (che è un personaggio, e che era stato appena sottoposto a una violentissima emozione) parlava come se stesse regredendo all'infanzia. E va bene, forse siamo in una ambientazione che ha goduto dell'influenza di un equivalente del buon Freud e della sua psicanalisi, e quindi ne possiede la terminologia. Ma per me questo fraseggio (in compagnia di altri esempi simili) suona troppo moderno per un fantasy di spada e magia. A ognuno i suoi gusti, so che altri la vedono diversamente.

Aggiungiamo che ogni cinque minuti ci viene descritta una partita a carte dei protagonisti, e abbiamo (forse?) terminato l'elenco delle cose che mi hanno infastidito in questo libro.

L'idea di partenza era anche buona, comunque. Abbiamo una tiranna dagli incredibili poteri magici, The Lady, che ha fregato tutti, il marito che era il Dominatore (di nome e di fatto) di un grande impero, il popolo che si era ribellato e li aveva banditi entrambi, il mago che li aveva rievocati per carpirne i segreti ma aveva ottenuto solo il risultato di farli tornare liberi. C'è una congrega di aiutanti dai grandi poteri magici, i Taken, che altri non sono che avversari di Lady catturati e ricondizionati con feroci tormenti. Insomma proprio una cricca da impero del male, che lotta per mantenere il potere minacciato da una grande ribellione.

In questo grande bailamme la Black Company fa il suo mestiere: combatte per chi la paga, e difende i suoi pargoli (ovvero i soldatacci che la compongono) come una grande famiglia. Quindi non si fa troppi problemi per essersi schierata dalla parte di questi despoti orripilanti. Ma la situazione è molto più intricata di quello che sembra. I ribelli si fanno ammazzare come pivelli, si sacrificano, vengono sterminati, ma c'è anche qualche elemento che giocherà a loro favore...

Commento finale: questo libro ha delle buone idee, ma per vari aspetti non è il tipo di fantasy che mi piace. Non credo che leggerò il resto della saga, il mio voto finale è il classico risicato sei meno.




giovedì 29 novembre 2012

Intelligenza collettiva?

La sento molto spesso quest'idea. Con il diffondersi della rete e lo scambio di idee sempre più diffuso, si potrebbe sviluppare un bel giorno una "intelligenza collettiva." Vedi ad esempio (se sai l'inglese) questo articolo, e il lavoro un po' più lungo da cui deriva.
Il "cervello globale" sarebbe il risultato di moltissime intelligenze individuali connesse fra loro, e che si esprime in progetti collettivi come Wikipedia (l'enciclopedia a cui "tutti possono collaborare" e a cui personalmente ho collaborato solo regalando qualche euro) o Linux, il sistema operativo gratuito sviluppato in parallelo da molte persone nel mondo. La connessione della rete consentirebbe a un gruppo di persone magari fisicamente lontane fra loro di lavorare al medesimo progetto e le renderebbe, nel loro insieme, un po' più sagge e intelligenti di quanto non siano individualmente.

Bah. A me danno fastidio definizioni come intelligenza collettiva o mente globale quando si cerca di prenderle troppo sul serio. Un gruppo di persone che cooperano (stando insieme in un laboratorio scientifico o sotto un capannone o camminando attorno ai portici al seguito di un filosofo, o connettendosi a internet) potranno certamente fare cose più eccelse di quanto possa fare una persona sola. Ma per quanto riguarda le idee e la consapevolezza, ciascuno ha le sue. La mente globale è solo un modo di dire. Non è un'entità consapevole che potrà dire un giorno "cogito ergo sum."

Certo, al giorno d'oggi la rete, oltre a farci seguire un sacco di stupidaggini (come i filmati "virali" di qualcuno che fa l'imbecille e diventa famoso per quindici giorni), può creare gruppi di collaborazione a livelli mai visti prima riunendo moltissime persone e soprattutto con il vantaggio di annullare le distanze. Ma non è che per avere gruppi di persone che collaborano a un progetto sommando le proprie capacità e intelligente serva "per forza" la rete. Queste cose si sono sempre fatte.
E d'altra parte il gruppo (di lavoro, di condivisione, di studio) può significare anche formicaio, conformismo, scoraggiamento del punto di vista personale e delle creatività individuali (qualcuno afferma che i social network ottengono proprio questo risultato, anche se immagino che come tante cose dipenda dall'uso che se ne fa: c'è chi si tiene in contatto con gli amici e c'è chi li usa per fare il bullo con le altre persone e spingerle al suicidio...).

Perciò quando sento parlare di "scienza dell'intelligenza collettiva" divento piuttosto scettico. E temo che studiare come connettere le persone per migliorare la loro "intelligenza collettiva" potrebbe ottenere il risultato opposto.


lunedì 19 novembre 2012

Leggete quei benedetti manuali

Nel lontano 2009 avevo confessato in un post di trovare molto interessanti i manuali di scrittura creativa. Mi confronto spesso con persone che li odiano, gente con cui a volte si può ragionare, a volte che manifesta il suo scontento verso i suggerimenti tecnici in maniera spiritosa (vedasi questo gradevole post del Sommo Buta), e altri che diventano idrofobi appena sentono nominare le tematiche suggerite nei manuali.
Molti di quelli che vogliono scrivere credono di non averne bisogno, perché pensano che scrivere sia tutto genio e sregolatezza. Uno su mille potrebbe avere ragione per il proprio caso.

Altri probabilmente subiscono una reazione di rigetto per l'uso che dei manuali hanno fatto non pochi aspiranti scrittori che se ne sono serviti come di un ariete per aggredire le case editrici e le loro scelte editoriali (salvo poi cercare magari di entrare in quello stesso mercato dalla porta di servizio, un po' come gli eroi dell'antipolitica italiana). Le "regole" della scrittura creativa sono diventate quindi un'arma, poiché chi non faceva così-e-cosà diventava un ignorante degno dei peggiori epiteti.



Questo è ovviamente un atteggiamento strumentale. Ma, tra quelli che non hanno apprezzato certe aggressioni armate a suon di regolette, è probabilmente nato un rigetto verso i testi che parlano di scrittura creativa, pensando che vi siano solo regole rigide e imposizioni assurde.
Ovviamente chi rifiuta di leggerli scoprirebbe che non è così, se abbandonasse il proprio scetticismo. Ci sono inevitabilmente regole che vengono "caldamente" consigliate ma tutto è lasciato al buon senso e alla volontà di chi se ne serve, visto che siamo in un campo dove regna l'impressione soggettiva su ciò che è efficace o che è bello.
Con buona pace di chi dice che, mancando di seguire una certa regola, il risultato sarà inevitabilmente pessimo. E' pessimo ciò che un lettore ritiene sia pessimo, ed è pessimo solo per lui: un altro lettore magari la penserà diversamente. Il che crea anche la difficoltà di dare validi consigli quando uno scrive una recensione (il problema è: per chi la sto scrivendo? avrà gusti simili ai mei?).

Va detto che quello che consigliano i manuali è riferito al gusto del nostro periodo. Regole come quella che consiglia di limitare l'uso di avverbi e aggettivi favorisce una lettura lineare e scorrevole: non necessariamente lo scopo di chi scriveva un secolo o due fa.

Ci sono ovviamente alcune tematiche non semplici da imparare, e non del tutto intuitive, che possono piacere o non piacere. Il mio punto di vista personale su un paio di queste "regole:"
- Lo "show don't tell:" a volte sì, a volte no. Riconosco la maggiore immediatezza nel descrivere l'azione anziché limitarsi a scrivere "tizio fece questo e quello." A volte trovo preferibile tirar via, per non allungare il testo, e vedo che sono in ottima compagnia in questa scelta.
- Il punto di vista e i suoi tormenti: per quanto faticoso possa essere, credo che sia meglio imparare a usare la terza persona limitata (se non siete per la prima, ovviamente). E' possibile cambiare punto di vista spesso, del resto, e far vedere l'azione dalla visuale di tutti. Basta che sia chiaro chi sta facendo cosa. Cadere in trappola, come scrivevo qualche post fa, è facilissimo. Non sto dicendo che il caro vecchio "narratore onnisciente" non vada mai usato. Ma fidatevi, generalmente è meglio di no.

Ognuno scelga, prenda quello che vuole, anche nulla se davvero decide così. Ma se volete scrivere sul serio, leggeteli questi benedetti manuali. Male non vi fanno. E non mordono!





domenica 18 novembre 2012

Bangkok Noir

Christopher G. Moore, scrittore canadese, ha dato il "nome di copertina" a questa raccolta di racconti assai diversi fra loro, dove il set per l'azione è la città tailandese di Bangkok. Personalmente non ci sono mai stato, anche se mi ci sono affezionato leggendo "The Windup Girl" di Bacigalupi. Conosco però l'oriente, almeno un po', per qualche fugace puntata turistica, e penso che niente neghi di ambientare laggiù un giallo, una storia d'azione o fantastica o, perché no, un "nero."
Alcuni racconti della raccolta (quasi tutti scritti da anglosassoni che hanno all'attivo molti anni vissuti a Bangkok) mi sono piaciuti parecchio, altri no (proprio quello di Christopher Moore non mi ha detto gran che), ma in generale il libro è godibile (e la formula dei racconti brevi, ma non così brevi da essere schiacciati in una camicia di forza, incontra il mio gusto).

La collezione può essere tranquillamente catalogata nel fantastico perché il magico vi trova una collocazione. Del resto l'ambientazione è uno di quei luoghi che uniscono la pragmatica mentalità occidentale a tutta una serie di strati di credenze, tradizioni e vincoli sociali, obblighi religiosi, superstizioni magiche. Un mondo che non capisci al primo sguardo.
Perciò abbiamo il mistero e la magia assieme alla squallida vita delle prostitute, la sacralità dell'onore che viene a lacerare l'anima del poliziotto corrotto, i fantasmi assieme ai killer della malavita.
Consiglio questo Bangkok Noir (che ho letto in inglese), perché alle storie "nere" per lo più godibili unisce uno spaccato della cultura del paese.

venerdì 9 novembre 2012

Silent Hill Revelation 3D e The Possession

Una doppia recensione molto molto breve, per due film dell'orrore davvero diversi fra loro. Silent Hill Revelation 3D è ispirato a un videogame. Trama cervellotica, ma se non la segui è lo stesso. Belle visuali, attori famosi, qualche trovata grafica: ma è più un film d'azione che un horror. Sinceramente l'ho trovato noioso per quanto visivamente accattivante.

Meno noioso, con un passo abbastanza buono, ma scontato: The Possession si impernia sul classico oggetto feticcio o bambolina dannato e abitato da un demone malvagio. Qualche attore noto c'è anche qui, ma nonostante le promesse a effetto (film ispirato a una storia vera, ecc...) il risultato è un po' loffio. Se mi si permette di rivelare una scena: quando il buon papà preoccupato per la figliola posseduta dal demone va a consulto con i saggi religiosi ebrei e mostra la misteriosa scatola da cui era partito il tutto, le espressioni e le esclamazioni di orrore dei religiosi potranno ben facilmente far partire un coro di risate in sala, per quanto la scena risulta involontariamente comica.

Visivamente più interessante il primo, meno soporifero il secondo, entrambi i film sono consigliabili solo ai patiti dell'horror, quelli che comunque se li vedono tutti.

La mia recensione completa è su Fantasy Magazine per entrambi i film: Silent Hill Revelation 3D e The Possession.


lunedì 5 novembre 2012

Terrore nello Spazio


Si continua a bisbigliare nemmeno tanto sottovoce che Ridley Scott (o il suo sceneggiatore?) abbia soffiato un'idea italiana per il suo Alien. Sarà vero?
L'ispirazione sarebbe presa da Mario Bava, che girò Terrore nello Spazio nel lontano 1965 traendo spunto da un racconto di un connazionale, Pestriniero. Storia quindi tutta nostrana con attori in parte italiani (ma nomi stranieri per le parti che contano), patetici effetti speciali e astronauti vestiti di divise così ridicole da non crederci. La mia prima impressione: si fa quasi fatica a vedrlo, oggi, però non è che Star Trek fosse in effetti molto meglio.
Valido nella regia e nell'atmosfera, questo film appartiene a tutto diritto all'epoca eroica del cinema italiano, anche se ad essere precisi è una coproduzione italoamericana. Il film ha titolo in inglese "Planet of the Vapires." Qui parlo espressamente della trama, perciò chi non vuole gli "spoiler" fugga finché è in tempo.


Abbiamo due astronavi pilotate da umanoidi (sono umani in tutto e per tutto, ma attenzione non sono terrestri!), che sono state richiamate da un misterioso segnale inviato da un pianeta. Mark (Barry Sullivan), che comanda una delle navi, è sicuro che il messaggio sia stato inviato da una razza intelligente. Entrambe le navi spaziali arrivano sul pianeta (Aura, apparentemente disabitato) ma comincia subito una serie di guai fin dall'atterragio disastroso. Avvengono vari strani fenomeni e si ha la sensazione di essere spiati da qualche entità aliena. Quando si addormentano o perdono conoscenza gli astronauti vengono dominati da una volontà che li costringe a lottare fra di loro o a compiere varie azioni di sabotaggio (apparente). Particolarmente gettonato è un attrezzo, il "deviatore di meteore," che è indispensabile alla navigazione.
Quando riescono a vedere i misteriosi alieni, gli umani li percepiscono solo per un attimo come strane luci, e non possono nemmeno decidere con certezza cos'hanno visto.

Nel frattempo una delle navi ha avuto l'equipaggio completamente massacrato (incluso il fratello di Mark, il comandante dell'altra nave): per la precisione, si sono ammazzati fra loro sulla spinta dell'influenza aliena. Nell'altra nave è stato Mark a fermare con successo la strage limitando le vittime; tuttavia i guai sono appena iniziati. Alcuni uomini scompaiono, e altri misteriosamente riprendono vita dopo morti. La nave priva di equipaggio è inservibile in quanto priva del famoso deviatore di meteore menzionato sopra, l'altra può tentare di decollare ma è danneggiate e ha ottime possibilità di esplodere. Il tecnico Wes, interpretato da Angel Aranda, resta sempre a bordo e inizia una maratona di superlavoro per riparare i motori.

Insomma gli umani la vedono molto brutta. In mezzo a tutto questo, il valoroso comandante esplora un po' i dintorni. Viene così trovata una vera nave aliena, ben concreta anche se rovinata dal tempo: al di fuori (e poi anche all'interno) gli esploratori troveranno resti di un umanoide di grandi dimensioni. Maneggiando gli strumenti di bordo parte una strana registrazione vocale che non viene tradotta (restando senza significato per lo spettatore). Mark deve presto fuggire da lì, e quindi non si riesce a scoprire molto di più.



Dopo questi eventi la trama ha un disvelamento: gli astronauti "zombi" sono sotto l'influenza degli alieni (che li trovano molto comodi da controllare, anche più di quelli che si addormentano, in quanto del tutto privi di volontà). Uno di questi morti viventi spiega che, essendo il pianeta Aura orbitante attorno a un sole moribondo, la loro civiltà di esseri quasi incorporei (non chiedetemi...) ha lanciato il segnale perché arrivasse qualcuno dotato di corpi e... astronavi per rubare entrambe le cose e scappar via.
L'alieno che fa questa rivelazione propone a Mark di andar via insieme, e gli rivela che un altro umano "finto vivo" intrufolatosi sulla nave spaziale con lui ha rubato il famoso deviatore di meteore: perciò qualsiasi sia la risposta di Mark questi "vampiri spaziali" potranno a breve decollare (con l'altra nave, quella il cui equipaggio è tutto defunto, quindi ora tutto "vampirizato" dagli alieni).
Una volta giunti in un pianeta abitato gli alieni potranno "aprire la strada," richiamare tutti quelli della propria razza. Insomma abbiamo la classica scena del cattivo che rivela tutto il proprio piano per permettere ai buoni di reagire e, per inciso, spiegandoci finalmente cosa sta succedendo. (Altra osservazione che ci tengo a fare: gli alieni non avrebbero, secondo me, nessun interesse a entrare in trattativa dopo essere arrivati così vicini al successo).

Mark rifiuta ogni accordo e cerca di distruggere la nave controllata dai nemici, e di riprendersi l'indispensabile deviatore di meteore. Va all'assalto (accompagnato dalla bella Sanya, interpretata da Norma Bengell), ha successo nonostante la perdita di altri uomini, e infine i due decollano. Sono rimasti loro due e Wes, il tecnico citato prima.

Finalmente libero di dormire dopo il gran lavoro, Wes scopre che qualcosa non va. Forse qualcun altro è stato posseduto dagli alieni! Ebbene, questo è avvenuto sia a Mark che a Sanya. Con un'altra scena piuttosto ingenua, glielo rivelano e lo invitano a unirsi a loro. Wes ovviamente rifiuta di collaborare e scappa (ma non gli sparano!). Riesce a distruggere il famoso deviatore di meteore e nel farlo riceve una scossa elettrica mortale.

Privi dell'indispensabile strumento, Mark e Sanya sanno che non possono andare in giro nello spazio, è troppo pericoloso. Decidono di atterrare nel primo posto disponibile dove ci siano umanoidi e trovano... la Terra del XX secolo. Il finale è a effetto, ma questo ultimo colpo di scena non è giustificato modo plausibile (come e quando sono stati "convertiti" i due? perché avrebbero fatto l'eroico attacco per riprendere il deviatore, se erano già controllati dagli alieni?).


C'è chi dice che questo film sia bello a vedersi ancora oggi. Io direi non molto, ma a parte questo va ammesso che si tratta di una pellicola notevole: nonostante certe ingenuità vi è una serie di idee inquitanti e un sapiente montare della tensione. Non a caso Terrore nello Spazio viene citato come assai influente sul successivo cinema di fantascienza.

Per tornare al quesito iniziale, ecco le similitudini con Alien che saltano più all'occhio, a mio parere:
- il misterioso richiamo fa venire gli umani sul pianeta (la natura del richiamo in Alien però è diversa).
- vi si trova già un'altra nave che ospitava umanoidi giganteschi ora defunti da tempo.
- nel pianeta c'è un parassita che ha bisogno dei corpi degli umani (e di andarsene con le loro navi spaziali, ma questo succede anche in Alien sia pure in maniera casuale).
- fulcro del film sono le situazioni di grandissima paranoia e terrore, la graduale brutta fine degli equipaggi (che però in Bava raramente viene esposta in maniera da creare sufficiente dramma e tensione anche perché i personaggi sono poco caratterizzati e la maggior parte degli attori recita male).

Le differenze ovviamente sono altrettanto numerose e in parte ovvie: una che salta all'occhio è l'assenza di un personaggio come quello di Ripley (la prima "donna d'azione" a tutto tondo) in Terrore nello Spazio. Le donne astronauta a volte compiono il loro dovere con competenza e utilizzano le armi morendo in combattimento, a volte scoppiano in pianti e urla e devono essere virilmente soccorse e consolate dagli uomini. Ovviamente nel film di Bava, fatto con quattro soldi, non poteva esserci l'alieno brillantemente realizzato da Ridley Scott e compagni: a parte quattro lucine ridicole tutto si risolve con gli umani che vengono "posseduti."

Ridley Scott avrebbe detto in un'intervista (ai tempi del lancio del film Alien) che non era stato influenzato da Mario Bava (né lui né chi aveva scritto la sceneggiatura avrebbero visto Terrore nello Spazio). Se questa affermazione, che ho trovato citata in rete, è vera, devo dire che non riesco a crederci. Il mio verdetto personale dopo aver visto Terrore nello Spazio è che, per quanto (ovviamente) i due film alla fine non abbiano lo stesso sapore, le somiglianze sono troppo puntuali e numerose.
Oddio, poi c'è anche chi ritiene che Terrore nello Spazio sia tra le influenze che hanno giocato su Prometheus, il prequel/remake di Alien girato in tempi molto più recenti. Influenze non solo nella trama ma anche in certi dettagli delle uniformi, dei paesaggi... Qui non mi pronuncio.








domenica 28 ottobre 2012

Come farsi pagare e come non

Un post recente dell'amico blogger Sommobuta e vari altri sequel comparsi in rete parlavano della difficoltà nel convincere il lettore a staccarsi dal sicuro porto del "tutto gratis" e iniziare a pagare per i servigi dei blogger e di coloro che distribuiscono in rete il proprio lavoro artistico (scrittori per esempio). E' anche il dilemma di chi distribuisce musica in rete (o prova a vendere i CD ma gli piratano tutto), dei giornali e via dicendo.
Donazioni volontarie (ah! ah!), micropagamenti, lotta contro i pirati o DRM, tutti i sistemi sono solo dei palliativi. Ora ne ho trovato uno che mi fa proprio arrabbiare. Si tratta di un sito sull'automobilismo molto carino, in inglese, dove mi reco spesso e una volta ho trovato un pezzo che volevo leggere fra i contenuti a pagamento. Non l'avessi mai fatto: munito della postepay ho comprato l'articolo.

Da allora mi hanno messo un qualche cookie (immagino) e limitato le visioni gratuite. Credo siano un tot al mese, compaiono degli avvisi e dopo che i miei "bonus gratuiti" sono terminati compare la scritta che vedete nell'immagine. O paghi, o sei tagliato fuori dal sito.

Quindi: finché eri uno dei centomila pezzenti leggi pure gratis, non c'è problema, se tiri fuori i soldi una volta entri nel mirino e non te la perdonano più, ti limitano l'accesso se non paghi ancora. Insomma chi non paga mai è trattato meglio di chi ha pagato una o qualche volta.
Proprio il metodo migliore per convincermi ad andare a informarmi da un'altra parte.

giovedì 25 ottobre 2012

Caro cliente ti cancello gli ebook

Un articolo sul corriere fa capire perché non si doveva accettare il DRM...

I Giardini della Luna

Di Erikson avevo parlato un mesetto fa (circa) nel forum di Fantasy Magazine, lamentandone la quasi illeggibilità. Qualcuno mi ha dato ragione (non tutti ovviamente) ammettendo che le prime 200 pagine dei Giardini della Luna sono dure da digerire, perché lo scrittore getta il lettore in una situazione estremamente complessa senza dare praticamente la minima spiegazione di quello che sta succedendo.
La complessità è sempre un male? Assolutamente no, altrimenti non mi sarebbero piaciuti certi libri di un autore complicato come Gene Wolfe, o avrei evitato prove difficili come Perdido Street Station di China Miéville in lingua originale. Dipende tutto da quello che uno scrittore ti dà.
Ma l'inizio di Erikson non è certo dei migliori e non so se la traduzione abbia peggiorato le cose, in parte i difetti sono proprio in quello che vien raccontato, e non si possono trasferire al "come" incolpando quindi la traduzione. C'è un'infinità di personaggi, luoghi, magie sconosciute, riferimenti oscuri. Descrizioni e caratterizzazioni, quasi niente. Sembra di essere stati tuffati a capofitto in un brutto, vecchio modulo di gioco di ruolo, uno di quelli strapieni di "roba" gettata alla rinfusa.

Poi per fortuna le cose si chiariscono un po' e la storia comincia ad assumere connotati interessanti, con qualche tono epico e qualche personaggio di cui comincia a starci a cuore il destino. Resta sempre troppo imbrogliato, un libro da seguire prendendo appunti o andando a cercare i riferimenti sulla wikipedia: sinceramente mi pare un po' troppo.
Certo che in carenza di buon fantasy del tipo tradizionale ci si adatta. Chiarimento: non è che il fantasy manchi ma tra urban fantasy, romance, vampiri e zombi diciamo che il genere offre fin troppe varianti, e alcune proprio non mi interessano; però se uno vuol tornare al buon vecchio fantasy che sa di leggende antiche trova fin troppa roba per bambini, o libri fatti con lo stampino sulla falsariga di Tolkien. Ben venga Erikson, quindi, anche se si fa fatica.
Il finale ha dato qualche soddisfazione e qualche delusione. Alcune grandissimi scene, gente che ottiene vendette da tempo agognate, lotte apocalittiche, qualche sorpresa, qualche soluzione deus ex machina. Momenti di potenza epica ma anche molti fili della trama portati a conclusione a raffica in maniera che mi è sembrata frettolosa.
Resta la curiosità di vedere come prosegue la storia, il che è bene.
Di Erikson comunque non mi ha particolarmente impressionato la scarsa cura data ai personaggi rispetto alla storia. Per la maggior parte, in verità, sono davvero piatti. La magia invece vorrei approfondirla. La cosa che non incontra il mio gusto è la sua frequenza nel mondo, il fatto che i maghi siano intruppati come corpo di supporto nelle unità militari dellìimpero Malazan (il "quadro") e che ci sia una profusione di oggetti dai poteri immensi, divinità intrappolate, esseri millenari, persone che utilizzano la magia in un modo o nell'altro, persone che vengono usate come strumento dalle divinità e poi abbandonate come strofinacci, insomma una banalizzazione del magico che per il mio sentire è terribile.

La presenza di tanta magia dagli oscuri poteri ha anche un'altra conseguenza che io trovo spiacevole (e che si trova anche in altri autori, ovviamente): quando ci sono sfide e combattimenti si assiste alla vittoria dell'uno o dell'altro in scene che sembrano perfettamente casuali. Per spiegarmi faccio qualche esempio. Prendiamo un eroe alla Conan che si intrufola nella torre del Mago Cattivo: sappiamo che dovrà studiare qualche stratagemma per prenderlo di sorpresa, altrimenti il Mago Cattivo lo sfrigolerà con un raggio magico e il povero clone di Conan finirà nelle segrete a fare compagnia ai topi o comunque si farà male. Prendiamo il Signore degli Anelli: nonostante le forze di Sauron prendano mazzate per tutto il libro, sappiamo che hanno un potere invincibile a sostenerle, sappiamo che prima o poi trionferanno e soltanto con l'esito positivo della missione di Frodo, che fronteggia ostacoli molto concreti, ci sarà la vittoria per i protagonisti. In entrambi i casi ovviamente siamo solo spettatori ma possiamo apprezzare le mosse dei personaggi, i loro errori e i loro successi. Capiamo la logica per cui ce la fanno o sbagliano, ecc... Quando due potentissimi personaggi di Erikson si sfidano a raggi magici o con armi dai poteri eccezionali, il motivo per cui uno ce la fa e l'altro resta ferito o ucciso spesso ci sfugge completamente, salvo i casi in cui è ovvio che esista una sproporzione di potenzialità.

Giudizio finale? Difficile da dire. Non so nemmeno dire se mi è piaciuto o no questo libro, so solo che ho ancora abbastanza curiosità da ripromettermi di andare avanti. Però a tutti quelli che urlano al capolavoro dedico un "ma quando mai?"




"Dimmi un po', Göring, t'è piaciuto I Giardini della Luna?" "Mein Fuhrer, non saprei, Bormann sta ancora cercando di spiegarmelo"



lunedì 22 ottobre 2012

Distopie apocalittiche

La fine del mondo con la morte di quasi tutta l'umanità, ovvero l'apocalisse, è sempe un tema che attira. Però alla gente piace soltanto se è presentata in maniera piacevole o intrigante. Orde di zombi, malattie incontrollabili, magari invasioni di alieni inarrestabili, o il "dopobomba."
Il mondo di oggi, più che qualsiasi situazione del passato almeno da un punto di vista delle attuali conoscenze scientifiche, offre una gran quantità di problemi tecnici, ecologici, sociali ed economici da farci pensare che, presto o tardi, si potrebbe giungere veramente al capolinea o quantomeno a situazioni disastrose (ovviamente è difficile che l'umanità venga spazzata via al cento per cento, meno improbabile che subisca una sfoltita di dimensioni drammatiche). Alcuni dei timori forse sono del tutto ingiustificati, nel senso che la tecnologia potrebbe presto arrivare a metterci una pezza, o che la gente potrebbe cessare parecchi comportamenti idioti, ma per adesso sembra che tutta una serie di catastrofi si avvicinino senza che si possa arrestarle; magari a volte senza che ci si provi nemmeno.

Voi ci pensate? Da parte mia confesso che mi interesso di più alle apocalissi realistiche e scomode, e raramente alle orde di zombi. Mi inquietano le distopie basate su fatti e tendenze concrete, che cerchiamo di non vedere. E voi che dite?
Quante apocalissi probabili avete individuato?

giovedì 18 ottobre 2012

Cogan - Killing them softly (Off Topic)

Visto che ho appena parlato di come il cinema italiano non ce la faccia a inserire una tematica sociale o politica in un film senza farne una predica letargica, e il cinema statunitense invece ne sarebbe capace, sono andato a vedermi la dimostrazione con l'ultima fatica di Brad Pitt, che qui è anche produttore.
Cogan - Killing them softly (il Cogan e il trattino l'hanno messi nella versione italiana del titolo) è una storia dell'altra America, quella povera, spesso ignorante, scalognata, tossica, criminale, alcolizzata e dedita al gioco.

Una storia di mezzi balordi, mafiosi senza la dignità del grande padrino e disperati dalle vite vendute, storia che ha per sottofondo i discorsi elettorali del periodo in cui Barack Obama stava per prendere la sua vittoria contro il bolsissimo Bush figlio, giunto alla bancarotta economica e militare al termine del secondo mandato. Retorica che parla di comunità, di popolo, di unione. Realtà che parla di disperazione, solitudine, di un mondo dove esiste solo il business e spesso è anche sporco, dove ognuno è solo contro altri che lo vogliono fregare (e del resto nessuno ne esce in una maniera moralmente decente).

Il film non m'ha neanche entusiasmato, per quanto alla critica USA sia piaciuto parecchio. Verboso e troppo scoperto nel suo messaggio (quasi come un film italiano a volte!), incerto in alcuni momenti, con qualche dialogo che vorrebbe ipnotizzarti e non ci riesce... anche se non si può mettere in dubbio il carisma di Brad Pitt. Certo che lo spettacolo si salva e la recitazione c'è, una cosa che non si può dire di Un Giorno Speciale.

sabato 13 ottobre 2012

Segnalazioni

Tornando per un momento al cinema italiano, segnalo due articoli interessanti da La Stampa.

Un impietoso panorama anche dal punto di vista economico, scritto da Fulvia Caprara.

Una disamina di Francesco Bonami sull'intellettualismo autoreferenziale dei nostri registi. Se avete letto il mio post precedente, capirete come m'abbia fatto piacere l'ultima frase: Good luck and good night …..possibilmente però non con i soldi pubblici.

giovedì 11 ottobre 2012

Off topic: Un Giorno Speciale

Ogni tanto mi faccio del male e vado a vedere un film italiano. Stavolta ho notato sul giornale le quattro stellette di critica date a questa pellicola sulle aspirazioni dei giovani e sul pegno che comunque bisogna pagare al politicante di turno per avere la spintarella. Regista impegnata, figlia d'arte. Ok, la classica formula per una cosa orripilante, mi son detto, e non ho resistito alla tentazione di andarlo a vedere per verificare se ci avevo azzeccato.

A onor del vero, il cinema si trovava a pochissima distanza dal mio luogo di lavoro e l'orario coincideva perfettamente alla bisogna, se no questa me la sarei risparmiata.

Quando i maledetti yankee parlano di tematiche serie a volte lo fanno all'europea (esempio: Michael Moore, che è comunque più interessante dei nostri), a volte sanno creare una metafora molto ben calzante mentre la storia principale finge di parlare d'altro, a volte te lo sanno esprimere con lo spettacolo puro. Sanno miscelare tutto con il vero cinema, in genere.
Il cinema italiano no. E' didascalico, è palloso, manda i messaggi che vuol trasmettere pesanti e insistenti come una lezione in cui il professore ti sottolinea tre volte il punto che vuole farti entrare nella capoccia (e proprio per questo, ovviamente, non ci riesce). Ma bando a queste banalità.

Un Giorno Speciale, di Francesca (figlia-di-Luigi) Comencini, tratto dal romanzo Il Cielo con un Dito di Claudio Bigagli, parla di due "poveri ma belli" nelle spire dell'Italia vecchia e corrotta dei politici e dei preti, da cui bisogna sempre passare per poter ottenere il lavoro e la carriera. Lei, attricetta, la vediamo al momento della sveglia mattutina in una qualcunque casa della periferia di Roma, deve uscire presto, incoraggiata dalla madre, per fare atto di autopromozione concedendosi alle voglie di un parlamentare (il tutto espresso tra madre e figlia girando intorno al concetto). Lui arriva a prenderla per portarla alla bisogna, in qualità di autista in giacca e cravatta e su macchinona nera, impacciato al primo giorno di lavoro (lavoro ottenuto non per merito, ma per spintarella, lui non ha grandi doti e lo ammette). Il politco però ha da fare e i due giovincelli vanno in giro e pranzano insieme, si conoscono e rompono il ghiaccio. Poi però la realtà ritornerà alla carica e... il seguito è perfettamente prevedibile.

Cosa dire? La solita storia: sguardo ideologico che travisa la realtà e la rende cartapesta anche quando ci si sforza di fare del realismo. La recitazione a volte faticosa. Il romanesco. Le situazioni scontate e più che classiche. Prodotto con il contributo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali (ma la smettete di far 'sta roba con i miei soldi?). Eccetera.

Pensiero malvagio: chissà se le maestranze e i giovani tecnici diretti da cotanta regista non abbian pensato di essere nella stessa situazione dei due ragazzi del film, quanto a carriere negate e opportunità bloccate.
Link malvagio: una recensione in toni meno accesi dei miei ma qua e là molto più aguzza e feroce (Il viaggio di Gina e Marco tradisce infatti l’esotismo che, agli occhi della Comencini, deve avere la vita dei giovani di periferia). Per inciso, condivido l'affermazione che la tipa che si concede al politico per averne un vantaggio metta in atto una scelta, e quindi non possa commuovere. M'è venuta in mente, mentre vedevo il film, Jennifer Connelly nel ruolo della tossica in Requiem for a Dream. Altro personaggio che non ha che da biasimare se stesso. Un po' come il cinema italiano.












mercoledì 10 ottobre 2012

La Cosa (2011)

Un remake? Era così impossibile pensare di affrontare un film valido come La Cosa e rifarlo, che per fortuna vi hanno rinunciato. Ma come vedremo, non hanno saputo rinunciarvi del tutto.
Il film del 1982, se vogliamo, invitava proprio a fare un prequel. All'inizio abbiamo la famosa scena del cane che scappa inseguito dai proiettili sparati dall'alto: ovvero da un elicottero che proviene dalla vicina base norvegese. Gli statunitensi ovviamente non capiscono perché si tenti di eliminare il cane, gli eventi consentono alla bestia di sopravvivere e così l'alieno si introdurrà nella base USA.
Così per non fare una copia del film di Carpenter i produttori hanno deciso di porsi l'ovvia domanda: cos'era successo alla base norvegese?

Alla regia è stato scelto l'olandese Matthijs van Heijningen con Eric Heisserer alla sceneggiatura (un americano), il cast comprende diversi attori norvegesi. Tra gli attori USA spicca nel ruolo della dottoressa Kate Lloyd Mary Elizabeth Winstead, che viene da precedenti ruoli dell'orrore (tutti film che io non ho visto e probabilmente non vedrò).

Il film di Carpenter è stato minuziosamente esaminato per creare una perfetta continuità con gli eventi del prequel. Il lavoro sarebbe anche encomiabile, se non che poi non abbiamo praticamente nessun lampo di fantasia nella storia di questo La Cosa del 2011.Va da sé che i prequel hanno già il finale noto, il che non è una buona cosa. Non aiuta se tutto il resto è un omaggio o una copia carta carbone del film che ha dato l'ispirazione. Pur con una diversa atmosfera e ben altri effetti speciali, il prequel è allo stesso tempo per molti aspetti un remake, un po' come Prometheus con Alien. Anzi, diciamo in maniera molto più ravvicinata, altrimenti il paragone sarebbe ingiusto verso Prometheus.
Prevedibilmente i norvegesi scoprono l'astronave, gli specialisti dagli Stati Uniti arrivano per studiare la creatura intrappolata nel ghiaccio, ma si crea subito qualche malumore tra le due nazionalità (presagio della paranoia che vedremo dopo, quando ci sarà l'alieno di mezzo: ma lo sappiamo già fin da subito). Ovviamente l'alieno si rianima e comincia a fare danni... e tutto il resto più o meno è come nel film di Carpenter.

Personaggi scialbi che prendono decisioni sceme, situazioni prevedibili (c'è anche il test per vedere chi è contaminato, anche se fatto in un altro modo), un film da dimenticare. Probabilmente se fosse uscito nel 1982 assieme al primo La Cosa avrebbe perso nel confronto nonostante gli effetti speciali migliori, che all'epoca sarebbero sembrati incredibili. Non consiglio di vederlo. Per quanto riguarda me, dal momento che la versione di Carpenter è uno dei miei film preferiti, sapevo che presto o tardi questo lo avrei visto "per forza," ma come prevedevo non merita di essere ricordato.











domenica 7 ottobre 2012

La Cosa (1982)

Purtroppo è quasi superfluo parlare del film La Cosa. Perché si tratta di un punto fermo (dell'horror o della fantascienza, vedete voi) ed è uno dei capolavori di John Carpenter, regista dallo stile molto intenso e personale (almeno nelle sue opere migliori). E anche per una grande interpretazione di Kurt Russel, attore icona di un'epoca.
La Cosa sarebbe un remake di un film di successo del 1951 (La Cosa da un altro Mondo) ispirato da un romanzo breve di John Campbell: Who Goes There? ...ma Carpenter si distaccò da quel film pur rimanendo abbastanza fedele al materiale originale del libro. Costruì una storia densa di azione, tensione, paranoia e orrore su questa creatura aliena che capita in mezzo al mondo piccolo e chiuso di una stazione di ricerca antartica.
Complice la colonna sonora di Ennio Morricone (che però s'ispira allo stile secco e cupo della musica elettronica che lo stesso Carpenter creava per i film), e gli effetti speciali particolarmente validi per l'epoca (Carpenter lavorava per la prima volta con una grossa casa cinematografica) La Cosa è uno dei film più potenti che io abbia mai visto.

[Attenzione: segue qualche anticipazione sulla trama].
Un paio di critiche, rivedendolo di recente. Innanzitutto lo scienziato Blair che, posseduto dall'alieno prima che gli altri se ne rendano conto, viene isolato in una baracca e poi si scopre che ha cercato di costruire dai rottami di un elicottero distrutto una macchina volante: piuttosto ridicolo, anche ammettendo che l'alieno in controllo di Blair abbia chissà quali capacità. Quanto agli effetti speciali erano eccellenti nel 1982, vedendoli adesso non reggono il confronto con le possibilità attuali.
Il punto di forza maggiore è che, un po' nello stile di Alien seppure con presupposti completamente diversi, l'alieno è un qualcosa di incredibilmente difficile da sconfiggere. Capace di impadronirsi della mente delle vittime, di assimilarle e mimetizzarsi tra le persone, di sopravvivere al livello cellulare anche quando viene ucciso, il nemico è qualcosa che si può sconfiggere solo uccidendo animali e persone, e sterilizzando l'intera zona a suon di fuoco ed esplosioni. E per di più in circostanze in cui gli umani non possono fidarsi l'uno dell'altro. Pur non avendo l'apparenza ben studiata di Alien, la "cosa" è forse un alieno ancora più spaventoso, e si manifesta in molte rivoltanti forme.

Coerente con questa premessa, il film termina (implicitamente anche se non letteralmente) con la morte di tutti. Anche i due che sopravvivono alla distruzione dell'intera base (il pilota MacReady, ovvero il personaggio di Kurt Russel, e il meccanico Childs, interpretato da Keith David) verranno presto uccisi dal gelo inclemente poiché ogni riparo è incendiato. Consapevoli che dopo lo spegnimento delle fiamme il freddo si farà sentire, ma sapendo di non aver mezzo di sopravvivenza alcuno, i due abbandonano il clima di diffidenza che aveva imperato su tutte le persone della base e si dividono una bottiglia in attesa della fine.

Il film coprì le spese di produzione ma non ebbe successo, anche se oggi viene considerato un capolavoro. Carpenter e Kurt Russel hanno dato la colpa in parte alla concorrenza di E.T. di Spielberg, che vedeva gli alieni come "buoni" interrompendo la tradizionale diffidenza che generalmente ha prevalso nella fantascienza; in parte a fenomeni come il diffondersi dell'AIDS che forse rendevano sgradevoli certi riferimenti del film agli esami del sangue per capire chi è contaminato e chi no. Ad ogni modo questa è la sorte di parecchi film validi, e ci fa comprendere meglio perché è piuttosto insolito vedere un finale duro, dove tutti i personaggi sono uccisi o condannati a morire: il grande pubblico non ama questo tipo di storie. Noioso, ma a quanto pare è così.