domenica 28 ottobre 2012

Come farsi pagare e come non

Un post recente dell'amico blogger Sommobuta e vari altri sequel comparsi in rete parlavano della difficoltà nel convincere il lettore a staccarsi dal sicuro porto del "tutto gratis" e iniziare a pagare per i servigi dei blogger e di coloro che distribuiscono in rete il proprio lavoro artistico (scrittori per esempio). E' anche il dilemma di chi distribuisce musica in rete (o prova a vendere i CD ma gli piratano tutto), dei giornali e via dicendo.
Donazioni volontarie (ah! ah!), micropagamenti, lotta contro i pirati o DRM, tutti i sistemi sono solo dei palliativi. Ora ne ho trovato uno che mi fa proprio arrabbiare. Si tratta di un sito sull'automobilismo molto carino, in inglese, dove mi reco spesso e una volta ho trovato un pezzo che volevo leggere fra i contenuti a pagamento. Non l'avessi mai fatto: munito della postepay ho comprato l'articolo.

Da allora mi hanno messo un qualche cookie (immagino) e limitato le visioni gratuite. Credo siano un tot al mese, compaiono degli avvisi e dopo che i miei "bonus gratuiti" sono terminati compare la scritta che vedete nell'immagine. O paghi, o sei tagliato fuori dal sito.

Quindi: finché eri uno dei centomila pezzenti leggi pure gratis, non c'è problema, se tiri fuori i soldi una volta entri nel mirino e non te la perdonano più, ti limitano l'accesso se non paghi ancora. Insomma chi non paga mai è trattato meglio di chi ha pagato una o qualche volta.
Proprio il metodo migliore per convincermi ad andare a informarmi da un'altra parte.

giovedì 25 ottobre 2012

Caro cliente ti cancello gli ebook

Un articolo sul corriere fa capire perché non si doveva accettare il DRM...

I Giardini della Luna

Di Erikson avevo parlato un mesetto fa (circa) nel forum di Fantasy Magazine, lamentandone la quasi illeggibilità. Qualcuno mi ha dato ragione (non tutti ovviamente) ammettendo che le prime 200 pagine dei Giardini della Luna sono dure da digerire, perché lo scrittore getta il lettore in una situazione estremamente complessa senza dare praticamente la minima spiegazione di quello che sta succedendo.
La complessità è sempre un male? Assolutamente no, altrimenti non mi sarebbero piaciuti certi libri di un autore complicato come Gene Wolfe, o avrei evitato prove difficili come Perdido Street Station di China Miéville in lingua originale. Dipende tutto da quello che uno scrittore ti dà.
Ma l'inizio di Erikson non è certo dei migliori e non so se la traduzione abbia peggiorato le cose, in parte i difetti sono proprio in quello che vien raccontato, e non si possono trasferire al "come" incolpando quindi la traduzione. C'è un'infinità di personaggi, luoghi, magie sconosciute, riferimenti oscuri. Descrizioni e caratterizzazioni, quasi niente. Sembra di essere stati tuffati a capofitto in un brutto, vecchio modulo di gioco di ruolo, uno di quelli strapieni di "roba" gettata alla rinfusa.

Poi per fortuna le cose si chiariscono un po' e la storia comincia ad assumere connotati interessanti, con qualche tono epico e qualche personaggio di cui comincia a starci a cuore il destino. Resta sempre troppo imbrogliato, un libro da seguire prendendo appunti o andando a cercare i riferimenti sulla wikipedia: sinceramente mi pare un po' troppo.
Certo che in carenza di buon fantasy del tipo tradizionale ci si adatta. Chiarimento: non è che il fantasy manchi ma tra urban fantasy, romance, vampiri e zombi diciamo che il genere offre fin troppe varianti, e alcune proprio non mi interessano; però se uno vuol tornare al buon vecchio fantasy che sa di leggende antiche trova fin troppa roba per bambini, o libri fatti con lo stampino sulla falsariga di Tolkien. Ben venga Erikson, quindi, anche se si fa fatica.
Il finale ha dato qualche soddisfazione e qualche delusione. Alcune grandissimi scene, gente che ottiene vendette da tempo agognate, lotte apocalittiche, qualche sorpresa, qualche soluzione deus ex machina. Momenti di potenza epica ma anche molti fili della trama portati a conclusione a raffica in maniera che mi è sembrata frettolosa.
Resta la curiosità di vedere come prosegue la storia, il che è bene.
Di Erikson comunque non mi ha particolarmente impressionato la scarsa cura data ai personaggi rispetto alla storia. Per la maggior parte, in verità, sono davvero piatti. La magia invece vorrei approfondirla. La cosa che non incontra il mio gusto è la sua frequenza nel mondo, il fatto che i maghi siano intruppati come corpo di supporto nelle unità militari dellìimpero Malazan (il "quadro") e che ci sia una profusione di oggetti dai poteri immensi, divinità intrappolate, esseri millenari, persone che utilizzano la magia in un modo o nell'altro, persone che vengono usate come strumento dalle divinità e poi abbandonate come strofinacci, insomma una banalizzazione del magico che per il mio sentire è terribile.

La presenza di tanta magia dagli oscuri poteri ha anche un'altra conseguenza che io trovo spiacevole (e che si trova anche in altri autori, ovviamente): quando ci sono sfide e combattimenti si assiste alla vittoria dell'uno o dell'altro in scene che sembrano perfettamente casuali. Per spiegarmi faccio qualche esempio. Prendiamo un eroe alla Conan che si intrufola nella torre del Mago Cattivo: sappiamo che dovrà studiare qualche stratagemma per prenderlo di sorpresa, altrimenti il Mago Cattivo lo sfrigolerà con un raggio magico e il povero clone di Conan finirà nelle segrete a fare compagnia ai topi o comunque si farà male. Prendiamo il Signore degli Anelli: nonostante le forze di Sauron prendano mazzate per tutto il libro, sappiamo che hanno un potere invincibile a sostenerle, sappiamo che prima o poi trionferanno e soltanto con l'esito positivo della missione di Frodo, che fronteggia ostacoli molto concreti, ci sarà la vittoria per i protagonisti. In entrambi i casi ovviamente siamo solo spettatori ma possiamo apprezzare le mosse dei personaggi, i loro errori e i loro successi. Capiamo la logica per cui ce la fanno o sbagliano, ecc... Quando due potentissimi personaggi di Erikson si sfidano a raggi magici o con armi dai poteri eccezionali, il motivo per cui uno ce la fa e l'altro resta ferito o ucciso spesso ci sfugge completamente, salvo i casi in cui è ovvio che esista una sproporzione di potenzialità.

Giudizio finale? Difficile da dire. Non so nemmeno dire se mi è piaciuto o no questo libro, so solo che ho ancora abbastanza curiosità da ripromettermi di andare avanti. Però a tutti quelli che urlano al capolavoro dedico un "ma quando mai?"




"Dimmi un po', Göring, t'è piaciuto I Giardini della Luna?" "Mein Fuhrer, non saprei, Bormann sta ancora cercando di spiegarmelo"



lunedì 22 ottobre 2012

Distopie apocalittiche

La fine del mondo con la morte di quasi tutta l'umanità, ovvero l'apocalisse, è sempe un tema che attira. Però alla gente piace soltanto se è presentata in maniera piacevole o intrigante. Orde di zombi, malattie incontrollabili, magari invasioni di alieni inarrestabili, o il "dopobomba."
Il mondo di oggi, più che qualsiasi situazione del passato almeno da un punto di vista delle attuali conoscenze scientifiche, offre una gran quantità di problemi tecnici, ecologici, sociali ed economici da farci pensare che, presto o tardi, si potrebbe giungere veramente al capolinea o quantomeno a situazioni disastrose (ovviamente è difficile che l'umanità venga spazzata via al cento per cento, meno improbabile che subisca una sfoltita di dimensioni drammatiche). Alcuni dei timori forse sono del tutto ingiustificati, nel senso che la tecnologia potrebbe presto arrivare a metterci una pezza, o che la gente potrebbe cessare parecchi comportamenti idioti, ma per adesso sembra che tutta una serie di catastrofi si avvicinino senza che si possa arrestarle; magari a volte senza che ci si provi nemmeno.

Voi ci pensate? Da parte mia confesso che mi interesso di più alle apocalissi realistiche e scomode, e raramente alle orde di zombi. Mi inquietano le distopie basate su fatti e tendenze concrete, che cerchiamo di non vedere. E voi che dite?
Quante apocalissi probabili avete individuato?

giovedì 18 ottobre 2012

Cogan - Killing them softly (Off Topic)

Visto che ho appena parlato di come il cinema italiano non ce la faccia a inserire una tematica sociale o politica in un film senza farne una predica letargica, e il cinema statunitense invece ne sarebbe capace, sono andato a vedermi la dimostrazione con l'ultima fatica di Brad Pitt, che qui è anche produttore.
Cogan - Killing them softly (il Cogan e il trattino l'hanno messi nella versione italiana del titolo) è una storia dell'altra America, quella povera, spesso ignorante, scalognata, tossica, criminale, alcolizzata e dedita al gioco.

Una storia di mezzi balordi, mafiosi senza la dignità del grande padrino e disperati dalle vite vendute, storia che ha per sottofondo i discorsi elettorali del periodo in cui Barack Obama stava per prendere la sua vittoria contro il bolsissimo Bush figlio, giunto alla bancarotta economica e militare al termine del secondo mandato. Retorica che parla di comunità, di popolo, di unione. Realtà che parla di disperazione, solitudine, di un mondo dove esiste solo il business e spesso è anche sporco, dove ognuno è solo contro altri che lo vogliono fregare (e del resto nessuno ne esce in una maniera moralmente decente).

Il film non m'ha neanche entusiasmato, per quanto alla critica USA sia piaciuto parecchio. Verboso e troppo scoperto nel suo messaggio (quasi come un film italiano a volte!), incerto in alcuni momenti, con qualche dialogo che vorrebbe ipnotizzarti e non ci riesce... anche se non si può mettere in dubbio il carisma di Brad Pitt. Certo che lo spettacolo si salva e la recitazione c'è, una cosa che non si può dire di Un Giorno Speciale.

sabato 13 ottobre 2012

Segnalazioni

Tornando per un momento al cinema italiano, segnalo due articoli interessanti da La Stampa.

Un impietoso panorama anche dal punto di vista economico, scritto da Fulvia Caprara.

Una disamina di Francesco Bonami sull'intellettualismo autoreferenziale dei nostri registi. Se avete letto il mio post precedente, capirete come m'abbia fatto piacere l'ultima frase: Good luck and good night …..possibilmente però non con i soldi pubblici.

giovedì 11 ottobre 2012

Off topic: Un Giorno Speciale

Ogni tanto mi faccio del male e vado a vedere un film italiano. Stavolta ho notato sul giornale le quattro stellette di critica date a questa pellicola sulle aspirazioni dei giovani e sul pegno che comunque bisogna pagare al politicante di turno per avere la spintarella. Regista impegnata, figlia d'arte. Ok, la classica formula per una cosa orripilante, mi son detto, e non ho resistito alla tentazione di andarlo a vedere per verificare se ci avevo azzeccato.

A onor del vero, il cinema si trovava a pochissima distanza dal mio luogo di lavoro e l'orario coincideva perfettamente alla bisogna, se no questa me la sarei risparmiata.

Quando i maledetti yankee parlano di tematiche serie a volte lo fanno all'europea (esempio: Michael Moore, che è comunque più interessante dei nostri), a volte sanno creare una metafora molto ben calzante mentre la storia principale finge di parlare d'altro, a volte te lo sanno esprimere con lo spettacolo puro. Sanno miscelare tutto con il vero cinema, in genere.
Il cinema italiano no. E' didascalico, è palloso, manda i messaggi che vuol trasmettere pesanti e insistenti come una lezione in cui il professore ti sottolinea tre volte il punto che vuole farti entrare nella capoccia (e proprio per questo, ovviamente, non ci riesce). Ma bando a queste banalità.

Un Giorno Speciale, di Francesca (figlia-di-Luigi) Comencini, tratto dal romanzo Il Cielo con un Dito di Claudio Bigagli, parla di due "poveri ma belli" nelle spire dell'Italia vecchia e corrotta dei politici e dei preti, da cui bisogna sempre passare per poter ottenere il lavoro e la carriera. Lei, attricetta, la vediamo al momento della sveglia mattutina in una qualcunque casa della periferia di Roma, deve uscire presto, incoraggiata dalla madre, per fare atto di autopromozione concedendosi alle voglie di un parlamentare (il tutto espresso tra madre e figlia girando intorno al concetto). Lui arriva a prenderla per portarla alla bisogna, in qualità di autista in giacca e cravatta e su macchinona nera, impacciato al primo giorno di lavoro (lavoro ottenuto non per merito, ma per spintarella, lui non ha grandi doti e lo ammette). Il politco però ha da fare e i due giovincelli vanno in giro e pranzano insieme, si conoscono e rompono il ghiaccio. Poi però la realtà ritornerà alla carica e... il seguito è perfettamente prevedibile.

Cosa dire? La solita storia: sguardo ideologico che travisa la realtà e la rende cartapesta anche quando ci si sforza di fare del realismo. La recitazione a volte faticosa. Il romanesco. Le situazioni scontate e più che classiche. Prodotto con il contributo del Ministero per i Beni e le Attività Culturali (ma la smettete di far 'sta roba con i miei soldi?). Eccetera.

Pensiero malvagio: chissà se le maestranze e i giovani tecnici diretti da cotanta regista non abbian pensato di essere nella stessa situazione dei due ragazzi del film, quanto a carriere negate e opportunità bloccate.
Link malvagio: una recensione in toni meno accesi dei miei ma qua e là molto più aguzza e feroce (Il viaggio di Gina e Marco tradisce infatti l’esotismo che, agli occhi della Comencini, deve avere la vita dei giovani di periferia). Per inciso, condivido l'affermazione che la tipa che si concede al politico per averne un vantaggio metta in atto una scelta, e quindi non possa commuovere. M'è venuta in mente, mentre vedevo il film, Jennifer Connelly nel ruolo della tossica in Requiem for a Dream. Altro personaggio che non ha che da biasimare se stesso. Un po' come il cinema italiano.












mercoledì 10 ottobre 2012

La Cosa (2011)

Un remake? Era così impossibile pensare di affrontare un film valido come La Cosa e rifarlo, che per fortuna vi hanno rinunciato. Ma come vedremo, non hanno saputo rinunciarvi del tutto.
Il film del 1982, se vogliamo, invitava proprio a fare un prequel. All'inizio abbiamo la famosa scena del cane che scappa inseguito dai proiettili sparati dall'alto: ovvero da un elicottero che proviene dalla vicina base norvegese. Gli statunitensi ovviamente non capiscono perché si tenti di eliminare il cane, gli eventi consentono alla bestia di sopravvivere e così l'alieno si introdurrà nella base USA.
Così per non fare una copia del film di Carpenter i produttori hanno deciso di porsi l'ovvia domanda: cos'era successo alla base norvegese?

Alla regia è stato scelto l'olandese Matthijs van Heijningen con Eric Heisserer alla sceneggiatura (un americano), il cast comprende diversi attori norvegesi. Tra gli attori USA spicca nel ruolo della dottoressa Kate Lloyd Mary Elizabeth Winstead, che viene da precedenti ruoli dell'orrore (tutti film che io non ho visto e probabilmente non vedrò).

Il film di Carpenter è stato minuziosamente esaminato per creare una perfetta continuità con gli eventi del prequel. Il lavoro sarebbe anche encomiabile, se non che poi non abbiamo praticamente nessun lampo di fantasia nella storia di questo La Cosa del 2011.Va da sé che i prequel hanno già il finale noto, il che non è una buona cosa. Non aiuta se tutto il resto è un omaggio o una copia carta carbone del film che ha dato l'ispirazione. Pur con una diversa atmosfera e ben altri effetti speciali, il prequel è allo stesso tempo per molti aspetti un remake, un po' come Prometheus con Alien. Anzi, diciamo in maniera molto più ravvicinata, altrimenti il paragone sarebbe ingiusto verso Prometheus.
Prevedibilmente i norvegesi scoprono l'astronave, gli specialisti dagli Stati Uniti arrivano per studiare la creatura intrappolata nel ghiaccio, ma si crea subito qualche malumore tra le due nazionalità (presagio della paranoia che vedremo dopo, quando ci sarà l'alieno di mezzo: ma lo sappiamo già fin da subito). Ovviamente l'alieno si rianima e comincia a fare danni... e tutto il resto più o meno è come nel film di Carpenter.

Personaggi scialbi che prendono decisioni sceme, situazioni prevedibili (c'è anche il test per vedere chi è contaminato, anche se fatto in un altro modo), un film da dimenticare. Probabilmente se fosse uscito nel 1982 assieme al primo La Cosa avrebbe perso nel confronto nonostante gli effetti speciali migliori, che all'epoca sarebbero sembrati incredibili. Non consiglio di vederlo. Per quanto riguarda me, dal momento che la versione di Carpenter è uno dei miei film preferiti, sapevo che presto o tardi questo lo avrei visto "per forza," ma come prevedevo non merita di essere ricordato.











domenica 7 ottobre 2012

La Cosa (1982)

Purtroppo è quasi superfluo parlare del film La Cosa. Perché si tratta di un punto fermo (dell'horror o della fantascienza, vedete voi) ed è uno dei capolavori di John Carpenter, regista dallo stile molto intenso e personale (almeno nelle sue opere migliori). E anche per una grande interpretazione di Kurt Russel, attore icona di un'epoca.
La Cosa sarebbe un remake di un film di successo del 1951 (La Cosa da un altro Mondo) ispirato da un romanzo breve di John Campbell: Who Goes There? ...ma Carpenter si distaccò da quel film pur rimanendo abbastanza fedele al materiale originale del libro. Costruì una storia densa di azione, tensione, paranoia e orrore su questa creatura aliena che capita in mezzo al mondo piccolo e chiuso di una stazione di ricerca antartica.
Complice la colonna sonora di Ennio Morricone (che però s'ispira allo stile secco e cupo della musica elettronica che lo stesso Carpenter creava per i film), e gli effetti speciali particolarmente validi per l'epoca (Carpenter lavorava per la prima volta con una grossa casa cinematografica) La Cosa è uno dei film più potenti che io abbia mai visto.

[Attenzione: segue qualche anticipazione sulla trama].
Un paio di critiche, rivedendolo di recente. Innanzitutto lo scienziato Blair che, posseduto dall'alieno prima che gli altri se ne rendano conto, viene isolato in una baracca e poi si scopre che ha cercato di costruire dai rottami di un elicottero distrutto una macchina volante: piuttosto ridicolo, anche ammettendo che l'alieno in controllo di Blair abbia chissà quali capacità. Quanto agli effetti speciali erano eccellenti nel 1982, vedendoli adesso non reggono il confronto con le possibilità attuali.
Il punto di forza maggiore è che, un po' nello stile di Alien seppure con presupposti completamente diversi, l'alieno è un qualcosa di incredibilmente difficile da sconfiggere. Capace di impadronirsi della mente delle vittime, di assimilarle e mimetizzarsi tra le persone, di sopravvivere al livello cellulare anche quando viene ucciso, il nemico è qualcosa che si può sconfiggere solo uccidendo animali e persone, e sterilizzando l'intera zona a suon di fuoco ed esplosioni. E per di più in circostanze in cui gli umani non possono fidarsi l'uno dell'altro. Pur non avendo l'apparenza ben studiata di Alien, la "cosa" è forse un alieno ancora più spaventoso, e si manifesta in molte rivoltanti forme.

Coerente con questa premessa, il film termina (implicitamente anche se non letteralmente) con la morte di tutti. Anche i due che sopravvivono alla distruzione dell'intera base (il pilota MacReady, ovvero il personaggio di Kurt Russel, e il meccanico Childs, interpretato da Keith David) verranno presto uccisi dal gelo inclemente poiché ogni riparo è incendiato. Consapevoli che dopo lo spegnimento delle fiamme il freddo si farà sentire, ma sapendo di non aver mezzo di sopravvivenza alcuno, i due abbandonano il clima di diffidenza che aveva imperato su tutte le persone della base e si dividono una bottiglia in attesa della fine.

Il film coprì le spese di produzione ma non ebbe successo, anche se oggi viene considerato un capolavoro. Carpenter e Kurt Russel hanno dato la colpa in parte alla concorrenza di E.T. di Spielberg, che vedeva gli alieni come "buoni" interrompendo la tradizionale diffidenza che generalmente ha prevalso nella fantascienza; in parte a fenomeni come il diffondersi dell'AIDS che forse rendevano sgradevoli certi riferimenti del film agli esami del sangue per capire chi è contaminato e chi no. Ad ogni modo questa è la sorte di parecchi film validi, e ci fa comprendere meglio perché è piuttosto insolito vedere un finale duro, dove tutti i personaggi sono uccisi o condannati a morire: il grande pubblico non ama questo tipo di storie. Noioso, ma a quanto pare è così.