giovedì 12 novembre 2015

Alcuni dei, e il resto di noi

Chi segue il mio blog anche distrattamente sa che una delle mie ossessioni catastrofiste per il futuro è l'esclusione di enormi masse di persone da ogni elementare forma di sostentamento, o se non altro la condanna a una vita in condizioni di estremo disagio. Grazie ai prodigi e alle meraviglie della globalizzazione, mi aspetto inoltre che questa catastrofe tocchi anche, e forse soprattutto, i paesi dove oggi come oggi ci si sente in qualche modo un minimo "garantiti." Corollario: l'estremo privilegio di quel ridotto ceto che possiede, controlla e fa funzionare tutto il meccanismo. Del corollario però me ne frega abbastanza poco, visto che sarei (non so voi) nella massa di quelli che si impoveriscono e non uno di quei pochi che si avvantaggerebbero di questa situazione.


Alcuni dei miei precedenti articoli (e solo quelli piuttosto recenti): il declino della classe operaia e delle sue condizioni di vita, il bivio dell'automazione (benessere e libertà dal lavoro più noioso o disoccupazione e povertà?), la prossima rivoluzione industriale e le sue conseguenze sull'occupazione e sulle disuguaglianze sociali.

Vi sembrerò uno che vuol davvero garantirsi la possibilità di dire un giorno: "Ve l'avevo detto, io!" Ma in effeti non mi stanco di fare questi ragionamenti perché occuparsi di fantascienza per me significa anche fare, nel proprio piccolo, delle estrapolazioni, delle previsioni sensate sul nostro domani e non solo vagheggiare di astronavi che solcano lo spazio (quelle purtroppo probabilmente nella mia vita non le vedrò).


Un amico pochi giorni fa mi ha spiegato che, secondo lui, mi sbaglio. Il domani aprirà nuove tecnologie e nuove possibilità, non disoccupazione per masse enormi di persone. Anzi, dove arriverà la tecnologia più avanzata ci sarà la piena occupazione. Non piena occupazione intesa come oggi (milioni di persone che si svegliano la mattina, si intasano in metropolitana o in treno, vanno in ufficio eccetera) ma tantissimi mestieri che oggi non immaginiamo nemmeno.

In effetti oggi puoi svegliarti una mattina e decidere di fare il tassista indipendente in stile Uber (questo lo dico in linea di massima, so bene che al momento questa iniziativa è stata bloccata), affittare per un giorno o una settimana un bugigattolo che ti avanza in casa tramite Airbnb, trasportare un pacco per Amazon e consegnarlo al destinatario facendo il fattorino estemporaneo, insegnare una lingua a un tizio che hai scovato su internet e vuole impararla, affittare la tua automobile a un altro tizio per mezza giornata, e via dicendo.

Per ribattere al mio amico, cito l'ennesimo articolo (in inglese come al solito). Da una parte benefici della nuova automazione, dall'altra lavoro che verrà a mancare agli uomini, con una radicale ristrutturazione della società. Alcune cifre che sembrano dare fiducia: nel 1900 il 40% della popolazione degli USA lavorava in agricoltura, oggi è una minima percentuale (i dati in Europa sono differenti, con la sopravvivenza di molti più agricoltori, ma la sostanza è la stessa), eppure la gente qualcosa fa, e molti di quei nuovi mestieri hanno migliorato la vita della società nel suo complesso (più medici, più insegnanti, più intrattenitori, più fornitori di servizi insomma) e in genere sono meno dannatamente faticosi. Allo stesso tempo però, dice l'articolo, nel 1900 negli USA c'erano 21 milioni di cavalli, che erano diventati solo 3 milioni negli anni '60. Va be', che ce ne frega a noi dei cavalli? Il punto è comprendere il motivo della loro scomparsa. I cavalli un tempo essenziali non erano in grado di imparare a fare qualcos'altro, il loro settore (fornire energia motrice, sostanzialmente) è stato invaso da macchine che costavano assai meno e gli equini sono diventati marginali: non hanno potuto riciclarsi, salvo qualche corridore e animale da compagnia, e qualche lavoretto marginale nel campo degli agricoltori più miseri.

La combinazione tra intelligenza artificiale e robotica potrebbe fra breve tempo rendere tutt'altro che scontato il riciclarsi degli umani in nuove produzioni o forniture di servizi. Nelle produzioni industriali una via per ridurre i costi è stata in tempi recenti la delocalizzazione ma, secondo un altro articolo, se così si possono tagliare i costi del 65%, con una completa automazione si potrebbe arrivare al 90%. Addio operai? Possibile, salvo magari i più specializzati. E gli altri lavori? Ci sono settori dove ovviamente il contatto umano è fondamentale, o almeno oggi immaginiamo che rimarrà sempre così: insegnanti, infermieri, ecc... Ci sono settori dove l'intelligenza umana è insostituibile (programmatori, tecnici ad alto livello, ingegneri), ma è facile immaginare che molte operazioni che oggi riteniamo appannaggio del lavoratore umano un domani verranno svolte da macchine. Non pensate di campare ancora a lungo facendo i tassisti, perché sta già arrivando la macchina che si guida da sola (tanto per fare un esempio che già oggi suona ovvio). I taxi di domani arriveranno senza pilota o saranno disponibili in giro come i carrelli dei supermercati, immaginatela come volete, ma fra un po' di anni il posto del guidatore sarà vuoto, come già avviene in molti treni delle metropolitane in giro per il mondo; saranno senza guida umana anche i tram, i pullman, i treni, forse un giorno gli aerei... a meno di barricate legislative e sindacali (il posto di lavoro non si tocca!) che non potranno però resistere in eterno.

per rendere il discorso meno triste ci mettiamo Gundam...

Il rischio è che, salvo i pochi che si troveranno alla frontiera dell'avanzamento tecnologico (i tecnici ad alto livello, per farla breve) il lavoro potrebbe cominciare a scarseggiare terribilmente, complice anche tutta una serie di problemi correlati a carenza di materie prime, difficoltà a produrre cibo da un suolo schiacciato dal cemento e inquinato (chissà come mai ogni due minuti escono articoli di giornale in cui si parla degli insetti come fonte di cibo, e non per scherzo...), e magari anche devastazioni ambientali causate dall'attività dell'uomo. Si parla di regioni del pianeta dove la vita umana potrebbe diventare impossibile all'aperto. Certo ci sono già, da sempre (l'Antartide ad esempio), ma non siamo abituati a pensare a una intera regione dell'Asia con temperature di 70 gradi, dove una persona non protetta verrebbe cotta viva solo per il fatto di trovarsi all'aperto. Insomma, applicare le teorie dell'espansione infinita delle nostre possibilità forse stavolta non è così scontato.

L'articolo che ho linkato (e che riporta citazioni e link da altri report assai lunghi e complessi, e purtroppo autorevoli) giunge a delle conclusioni inquietanti, similmente ad altri studi che ho citato in passato. "L'uomo sapiens si dividerebbe in un pugno di 'dei' e nel resto di noi." Un progresso che potrebbe seminare disuguaglianza e discriminazione, tutto a vantaggio di pochi che hanno (i mezzi di produzione e la conoscenza) e a svantaggio di coloro che "fanno" (lavorano o vorrebbero lavorare).



6 commenti:

Ivano Landi ha detto...

Articolo interessante e tesi condivisibili. Ovviamente c'è sempre un fattore x di imprevedibilità. Personalmente ritengo molto probabile una caduta della civiltà occidentale (cioè in pratica della civiltà globale) in tempi brevi e forse anche brevissimi.

Bruno ha detto...

Quello è un altro scenario assai plausibile. E del resto fondamentalmente i grandi capitalisti vogliono proprio questo, solo che vogliono ottenerlo in modo da poter controllare lo schifo che resterebbe (il mondo globalizzato al ribasso).

Ivano Landi ha detto...

P.K. Dick docet :)

Mirko Sgarbossa ha detto...

Articolo interessante. Ho discusso l'altro giorno di una cosa del genere. Forse il destino è più roseo di quello che crediamo: magari con le macchine il lavoro diminuirà, ma proprio in virtù di ciò, al fine di mantenere un livello di occupazione accettabile (d'altronde il capitalismo funziona così, la gente deve avere i soldi per spendere e per averli deve lavorare) lavoreremo tutti ma molto meno, avendo più tempo libero con conseguente miglioramento della vita (ovviamente non tutti, la sacche di povertà resteranno). Un giorno un sociologo disse in tv "non dovremmo aver così paura della sovrapopolazione del futuro, perché per ogni bocca da sfamare c'è sopra un cervello pensante che potrebbe risolvere il problema". Ecco, confidiamo che le nuove generazioni trovino delle soluzioni.

Bruno ha detto...

Certamente la speranza è nella scienza e nelle persone di buona volontà. La scoperta giusta al momento giusto potrebbe cambiare radicalmente lo scenario. Però c'è una quantità di aspetti che remano contro: l'ingordigia spietata dei potenti, la sovrappopolazione, il cambiamento climatico, la diminuzione del suolo coltivabile (anche se non ci fosse il cambiamento climatico), l'odio religioso...

Certo, esiste anche il possibile futuro in rosa (pace e lavoro per tutti, poche ore lavorative, straordinarie possibilità di sviluppo personale e di svago) ma lo sviluppo capitalista ci insegna anche che a questi momenti positivi si arriva dopo lunghi periodi di pura e durissima sofferenza (salvo pochi ovviamente).
Ovviamente, come ho detto in uno dei post precedenti in cui entravo in questo argomento, la gente prima o poi smetterà di farsi abbindolare dal capitalismo apolide... e magari anche dai preti assassini. Ma anche questi sviluppi richiedono tempo.

M.T. ha detto...

Sarebbe bello avesse ragione il tuo amico, ma tempo che sia plausibile la tua linea di pensiero, che condivido. Speriamo in questo caso di sbagliarci.