martedì 25 luglio 2017

Piccolo e grande schermo

Traggo spunto da un articolo su Indiewire.com per parlare di una opinione (è quella del regista Christopher Nolan) sulle differenze tra grande e piccolo schermo.
Nolan, criticando la politica di Netflix, dice che è suicida, soprattutto per il "vero" cinema, ovvero quello sul grande schermo: "Hanno una insensata politica di presentarsi simultaneamente con lo streaming e nelle sale, ovviamente un modello insostenibile per il cinema... credo stiano perdendo una grossa opportunità."

Per contro, Amazon (intendendo qui Amazon Prime) non fa lo stesso errrore, lasciando un gap di 90 giorni fra la comparsa al cinema di un film e quella sul piccolo schermo. Questo il suo parere.
Nolan, il cui film Dunkirk sta per arrivare alle sale, è chiaramente un regista votato al cinema, l'unica piattaforma che gli interessi veramente e che possa offrire allo spettatore una vera immersione nella scena.

Può darsi che Nolan abbia ragione, e certamente l'esperienza cinematografica è la migliore, salvo quando non ci sia un sovraffollamento di pubblico cafone che te la rovina, il che avviene più spesso di quanto vorrei. Poi ci sono anche altri problemi legati alla competizione per le sale cinematografiche, a quanto pare si tratta di una risorsa limitata... ricordo comunque le polemiche quando il film di Steven Spielberg Warhorse, un film non inteso per i memorabili incassi ma, diciamo, per l'arte, rischiò di non uscire nemmeno in sala. Allora: sì, i film dovrebbero sempre uscire sul grande schermo ma le grandi produzioni, quei film spesso semplici o semplificati per il grande pubblico e il grande incasso (quelli che li vedi sul serio e in versione completa solo in DVD o Blu Ray), hanno bisogno di tutti gli schermi che esistono.

giovedì 20 luglio 2017

E mi ripescai Rogue One

Non sono un fan di Guerre Stellari (non c'entra, ma sono pure abbastanza vecchio perché mi venga più immediato questo nome anziché Star Wars) e i film li ho visti quando capita, solo qualcuno (uno o due?) al cinema. Pertanto Rogue One è rimasto nel dimenticatoio per molto tempo, fino a che me lo ha proposto un sito di streaming (legale e a pagamento, ragazzi, non fate quella faccia lì).

Ovviamente il maggiore fattore di curiosità di questo film è il fatto che sia uno (il primo di diversi, presumibilmente) spin-off dell'universo Star Wars. Ovvero un film che fa parte dello stesso mondo e che segue le stesse vicende, ma con protagonisti diversi: in questo caso i principali protagonisti hanno solo parti marginali (La principessa Leila ovvero Carrie Fisher ritorna giovane, e viva, grazie alla computer grafica). Che questo film crei personaggi che s'impongano poi nel filone principale di Star Wars non è possibile per il semplice fatto che [avete visto tutti il film, immagino, comunque questo può essere considerato uno SPOILER, e ce ne saranno ancora] nessuno dei principali protagonisti sopravvive per vedersela un altro giorno. Proprio così. Il film narra la storia di coloro che sacrificando la vita rubano i piani della Morte Nera, la super arma dell'Impero dei cattivi, piani che sono importanti perché il progettista, un riluttante ingegnere costretto a lavorare per l'Impero, vi ha inserito un difetto che può essere sfruttato. In pratica gli eventi di Rogue One precedono di poco, e sono collegati con, quelli narrati nel primo film che uscì negli ormai lontani anni '70 del XX secolo. La terribile arma è la Morte Nera.

venerdì 14 luglio 2017

Little, Big

Scrivere questo post è un lavoro doppiamente ingrato. Innanzitutto perché l'argomento merita, ma siamo nel pieno della canicola, nei mesi centrali dell'estate, e la già modesta affluenza del blog scema a livelli veramente impressionanti (e preoccupanti), e in secondo luogo perché Little, Big, di John Crowley, è un libro di cui non è semplice parlare. Tanto per cominciare perché ha uno stile e uno svolgersi della trama che rende quasi impossibile raccontarla, nel senso che conta molto più il "come" le cose vengono dette rispetto ai fatti in sé.

Fuorviante è anche il collocamento di questa storia fantasy in tempi moderni, con addirittura una deviazione futuribile dal corso della storia in una specie di distopica oppressione in arrivo. Little, Big infatti non è un urban fantasy, non è una distopia per "giovani adulti" (quei libri, non di rado orrendi, che vanno tanto di moda). Uscito nel 1981, questo libro difficilmente può seguire le mode di oggi. Ha meritatamente vinto nel 1982 il World Fantasy Award, e questo rende ancora più triste il fatto che non sia tradotto in italiano (e, purtroppo questo blog ultimamente parla sempre più di libri o fumetti che nella nostra lingua sono irreperibili, e me ne dispiace).

Come sottotitolo Little, Big ha the Fairies' Parliament, ovvero il concilio delle fate, o qualcosa del genere. E ci sono forze fatate all'opera in questa storia, solo che vediamo solo molto raramente esseri fatati in azione, anche se gli umani coinvolti nella storia spesso hanno strani poteri, o subiscono bizzarre metamorfosi.

venerdì 7 luglio 2017

Avengers: Age of Ultron

Questo film supereroistico me lo ero risparmiato nel periodo in cui era uscito al cinema, e l'ho recuperato molto più tardi. Nella serie di film che crea l'universo Marvel, Avengers: Age of Ultron forse rappresenta un qualche momento importante, ma dopo i primi film, stancatomi del formato e della formula, il mio interesse alla faccenda è diventato prossimo a zero. O meglio... capitasse qualcosa di interesante (come il primo Iron Man, per intenderci) correrei ancora al cinema, ma non è il caso con questo film.

Va comunque riconosciuto a questa pellicola, diretta da Joss Whedon, di aver sfatato ancora una volta quelli che ritenevano prossima l'estinzione del genere supereroistico. Anche io sono del parere che fra un po' questi film saranno dei ferrivecchi, ma per il momento gli incassi spaziali sono garantiti (il datto di Wikipedia: oltre un miliardo e quattrocento milioni). Riuscito è anche lo sforzo di giostrare un numero di personaggi così grande (e sono tutti supereroi, nessuno è secondario) e dare a ciascuno il proprio momento di gloria e di importanza - magari qualcuno più di altri. Insomma, come il primo Avengers, il prodotto è riuscito decisamente bene.

Quello che a me non è piaciuto è la superficialità con cui sono state gestite le tematiche complesse che potevano essere sviscerate data la natura di Ultron e del pericolo che rappresenta, i gemelli Maximoff e il loro doppio tradimento... Anche quando il supereroe di turno comincia ad avere qualche superproblema, la semplificazione è d'obbligo. Spettacolare comunque, è ovvio, il macello che viene fatto di una ipotetica città dell'est europeo, grandi effetti speciali, eccetera. Chissà se il prossimo della lista me lo vedo...


mercoledì 5 luglio 2017

Les Guerrièrers de Troy

Troy è un mondo fantasy dalla storia complessa, che si snoda in secoli e secoli di eventi e ambientazioni diverse: di Lanfeust di Troy, il personaggio più rappresentativo di questo universo fumettistico (che è approdato anche ai cartoni animati, ai GDR ecc...), ho parlato ad esempio qui.
Quest'altra lettura, nata dai miei acquisti vacanzieri dell'anno scorso, ci porta alle guerriere di Troy (titolo francofono: Les Guerrières de Troy, se esiste una versione italiana? Credo proprio di no, quindi attenzione stiamo parlando di un fumetto in lingua francese...). Gli autori sono Arleston e Melanyn (storia), Dany (disegno e colori).

L'epoca delle Guerriere si colloca secoli e secoli prima delle storie di Lanfeust. Il primo volume si apre con una battaglia navale, che vede da ambo le parti la presenza di una feroce mercenaria semi discinta. Quella che difende i mercanti è Lynche, snella e coi capelli argentei, quella che sta coi pirati è una polposa rossa che risponde al nome di Raya: fa sfoggio di sé sulla copertina qui a fianco. La battaglia finisce bene per i mercanti, che riescono a sfuggire a una trappola e a vincere lo scontro, Raya è infatti costretta a salvarsi a nuoto. Ma non c'è malanimo fra le due fanciulle, perché stanno soltando facendo il loro comune mestiere, ovvero le mercenarie (consiste nel combattere e punire malamente, di solito, i maschi che adocchiano le loro forme, ma qualcuno è più fortunato degli altri...).

Quando Raya e Lynche, che hanno lasciato i rispettivi impieghi, si incontrano sulla terraferma, finiscono per partecipare a un'altra strana avventura.

giovedì 29 giugno 2017

Falling Skies

Questa serie TV, su Netflix come tante altre di cui ho parlato, torna sul tema delle invasioni aliene con il beneficio della produzione di Steven Spielberg. La Terra è stata invasa e c'è stato poco da fare per difendersi, come è più o meno solito di questo tipo di produzioni: una tecnologia schiacciante ha ridotto i terrestri a pochi gruppi di fuggitivi che si ostinano a chiamarsi resistenza (combinano abbastanza poco) e alcuni schiavi controllati con un meccanismo piazzato sulla spina dorsale che li rende schiavi: questi asserviti sono tutti ragazzi.


Gli invasori sono delle brutte schifezze a sei zampe, mostri chiamati Skitters, ma hanno anche l'aiuto di un braccio violento e meccanizzato, una specie di Cylon (vedi Battlestar Galactica) chiamati Mech. Questi ultimi sono letali e robusti, e aiutano gli skitters a dare la caccia agli umani rimasti. Le prime puntate (della prima serie) ci presentano il dramma dei giovani prigionieri in primo piano quando Tom Mason, professore di storia e vicecomandante di una unità della resistenza con un sacco di civili a cui badare, viene a scoprire che suo figlio è uno di questi schiavi degli skitters e vuole liberarlo. Non è dello stesso parere il comandante, il vecchio (ma duro) capitano Weaver, che concede poche risorse a Mason per tentare l'azione. In queste prime puntate veniamo anche a scoprire qualcosa sul nemico...

Per quanto riguarda il cast, il protagonista è Noah Wyle nei panni di Mason (si tratta di un attore famoso per un ruolo in ER), tra gli altri attori principali menziono Moon BloodGood (nei panni di un medico, la pediatra Anne Glass) e Colin Cunningham, che interpreta John Pope, leader di una gang che cerca di rubare armi dai soldati della resistenza e ha l'ardire di prendere degli ostaggi.

Falling Skies non è basato su cattive idee. Di fatto, anzi, è meno banale di altre serie TV apocalittiche, nel senso che gli umani studiano i nemici (SPOILER: catturando prigionieri, ad esempio, e facendo congetture sul vero ruolo di Mech e Skitters). Dopo alcuni episodi ho sospeso la visione più che altro perché le vicende si evolvono un po' lentamente.


Un po' mi sono meravigliato. Questa serie ha i numeri, perché non mi ha entusiasmato? A parte il ritmo che come ho detto sopra è un po' lento (altri spettacoli non proprio intelligentissimi, tipo The Walking Dead, per lo meno fanno evolvere la storia abbastanza alla svelta), non mi hanno eccessivamente entusiasmato i cattivi metallici (troppo simili ai Cylon, non tanto fisicamente ma nel senso che quando al sceneggiatura ha bisogno che siano formidabili lo sono, altre volte sembrano un po' scarsi), e forse c'entra anche il fatto che di questo tipo di storie ne abbiamo visti molti. Anche il buon padre di famiglia che deve recuperare il figlio è un inizio di storia che mi è sembrato un po' abusato.

Credo che il cast si possa aggiungere ai fattori che non funzionano al cento per cento, non sono uno di quelli che vogliono il nome di grido a tutti i costi, ma si sente il bisogno di qualche personaggio che riesca a stagliarsi in primo piano.

Tuttavia spero di riprendere la visione perché con Falling Skies abbiamo una trama che, anche se lentamente, cerca di andare da qualche parte. Del resto ne sono state girate cinque stagioni...




venerdì 23 giugno 2017

Too old to GDR, too young to die...

... O almeno speriamo, e mi riferisco alla seconda parte della frase che fa da titolo. Per i non anglofoni, è una "citazione" da un titolo di una canzone famosa (famosa a suo tempo) dei Jethro Tull, e significa: troppo vecchio per il gioco di ruolo (che però dovrebbe avere la sigla RPG, in inglese...), troppo giovane per morire. È così? Esiste un'età in cui sei troppo vecchio per il gioco di ruolo? E se, mettiamo, io mi sono davvero stufato, parlo solo per me o per molti della mia età?

A dire il vero per la maggior parte della gente non succede che a un certo punto uno dichiara "mi sono stancato del GDR." Semplicemente capita che non si gioca più. Perché si ha troppo da fare, ad esempio, in certe fasi della vita in cui lavoro, matrimonio e danni collaterali collegati tolgono a molta gente qualsiasi spiraglio di tempo libero.

Capita però anche che a un certo punto magari il tempo si troverebbe, però si fa qualcos'altro, anche se c'è stato un momento della vita in cui il GDR era l'interesse numero uno. Diciamo che quando si stacca non è così scontato che si riesca a riattaccare con questo hobby, che richiede un gruppo dedicato (e uno dei componenti deve essere capace di fare l'arbitro, e desideroso di farlo) e una quantità non indifferente di tempo libero a scadenze fisse per tutti i partecipanti, insomma un lusso una volta finiti i tempi dello studio e iniziati quelli del lavoro.

martedì 20 giugno 2017

Le Sirene di Gotham City vol. 1

Questa serie a fumetti dovrebbe essere oggetto di un prossimo film supereroistico, quindi m'è venuta la curiosità di darci un'occhiata, anche perché volevo vedere qualcosa di più su un paio di personaggi che conosco molto poco (Harley Quinn, che qui inizialmente non è a rimorchio del Joker, e Poison Ivy). Si tratta di storie di Paul Dini, con la collaborazione di Guillem March, David e Alvaro Lopez. Le Sirene di Gotham City sono tre "cattive" supereroine, Catwoman, Poison Ivy e Harley Quinn, tutte e tre in un periodo di non eccessiva cattiveria: condividono un covo e alcuni problemi in un periodo di grandi stravolgimenti di Gotham City. Batman ad esempio non c'è più. Ma anche Catwoman è indebolita da una serie di disastri che l'hanno quasi uccisa (ciò avviene in storie dell'universo di Gotham City precedenti a questa serie). Insomma vedremo le tre che affrontano insieme i problemi personali di ciascuna e un po' di cose che succedono in città.

Ricomparirà però Batman, e pure il Joker. O forse no, c'è qualcosa di strano in loro? Mi fermo per non anticipare troppo. Questo uno dei temi conduttori di una storia con diversi episodi che vanno in direzioni diverse (capiterà di vedere anche... la famiglia di Harley Quinn). Riuscirà Harley Quinn a resistere al suo folle amore per il Joker, quando lo rivedrà? Queste e altre domande, fondamentalmente, mi hanno eccitato pochissimo, diciamo pure per niente.


Giudizio finale... non fidatevi di me, perché mi occupo solo ogni tanto di supereroi, ma non sono stato colpito né dalle storie né dai disegni. Una sufficienza a queste Sirene di Gotham City la darei, ma non mi ha preso particolarmente.

giovedì 15 giugno 2017

Ogni partita di Dungeons & Dragons che giocate...

La citazione di Marylin Manson (vedi foto) probabilmente la conoscete già, bisogna vedere se è credibile. La frase completa suona così, in italiano: Se ogni sigaretta che fumate sottrae sette minuti alla vostra vita, ogni volta che giocate a Dungeons and Dragons ritarda di sette ore la perdita della vostra verginità. Prendendo il più famoso come esempio per indicare il Gioco di Ruolo in genere, il nostro cantante conferma quindi il motto di saggezza popolare secondo cui il GDR è una delle peggior cose da sfigati che esistano sulla faccia della terra, nel senso che giocarci ti rende sfigato.

Ora, a mio parere il gioco di ruolo può essere un divertimento intellettuale molto raffinato come un pessimo modo di perdere tempo e rimbecillirsi. Ma non per il fatto di rinchiudersi in un mondo immaginario anziché andare a cercare di allaciare una relazione con l'altro sesso... io ce l'ho più con il modo in cui tanti giocano, diventando nella fantasia del GDR una versione prepotente e illimitata di se stessi, a caccia dell'ottimizzazione del proprio personaggio a seconda dei cavilli da sfruttare, a caccia di successo e quattrini, spesso senza alcun freno morale salvo se convenga averne per via di qualche regola, il tutto come se ci fosse qualche cosa di vero da guadagnarci. Una grossa fetta dei giocatori sono così, e, spiacente se suono schizzinoso, non mi piacciono. Anche se certamente chi gioca a questo modo non diventa più intelligente o più pazzo o più cretino con il GDR.

mercoledì 14 giugno 2017

Una recensione

Segnalo con piacere una nuova recensione del mio Khaibit, ad opera di Fabio Crespi, parole interessanti che rivelano una lettura attenta del libro (anche lettura critica, e questo bisogna accettarlo).

M'è piaciuto il giudizio sulla copertina, realizzata da Giordano Efrodini su immagini che avevo raccolto in rete (l'ombra egizia dell'anima più... la periferia milanese).

Immagine inquietante volevo, e immagine inquietante ho avuto...

Se vi interessa leggere un urban fantasy italico, Khaibit è sempre lì che vi aspetta...

giovedì 8 giugno 2017

Gioco di Ruolo, tre (o più) stili

Ci sono mille articoli in giro per la rete sui tipi umani più o meno bizzarri che si trovano nell'ambiente del GDR.
Avrete tutti sentito parlare di avvocati delle regole, power players e via dicendo. Sono stili di gioco che in generale distruggono o rendono molto più povera quella che potrebbe essere l'esperienza del giocatore, e influiscono anche sugli altri giocatori e su chi conduce la sessione. Ma esistono anche delle filosofie di gioco divergenti. e anche su di esse si è sprecata molta carta e molta polemica.

Prendendo spunto da un articolo della Wikipedia, scopriamo che nei GDR abbiamo delle categorie: gamisti (orrida resa maccheronica della parola inglese), simulazionisti e narrativisti. Nota: l'articolo di Wikipedia è molto migliore nella versione in inglese.



A dire il vero non ci sono dei giochi (e raramente dei giocatori) schierati del tutto da una parte. Ma proviamo a vedere cosa significano le categorie. Per farla breve, il gamista prende il GDR come un gioco da tavolo, o un videogame. Si va a cercare di vincere, e si deve badare che le possibilità dei vari giocatori siano bilanciate. Anche gli avversari dovrebbero essere bilanciati, presentando le sfide più pericolose man mano che i giocatori migliorano le proprie abilità. Quindi l'efficienza del personaggio, la funzionalità del gruppo sono molto importanti.
Il simulazionista vorrebbe entrare nel mondo del gioco, vivere e respirare l'ambientazione, curare la coerenza interna e il realismo (inteso come realismo dell'ambientazione, dove sia in contrasto con il nostro quotidiano realismo). Il mondo respira di suo, vi possono avvenire eventi al di là di quello che i giocatori fanno e vedono, e tali eventi potrebbero influenzare il gioco. E se vedete una forte tendenza a simulare con precisione l'effetto di abilità, armi, ecc... probabilmente siete in un GDR simulazionista.
Il narrativista vuole narrare una storia che si intreccia con il background e le motivazioni dei personaggi. I personaggi evolvono grazie alle scelte che compiono, la trama di conseguenza può portare in direzioni non previste. Regolamenti complessi possono essere scartati in favore di una semplice struttura che metta la narrazione (lo "storytelling") in primo piano.

giovedì 1 giugno 2017

Wonder Woman

Le polemiche si sono sprecate prima ancora dell'arrivo di questo film: la Warner Bros è stata accusata di aver voluto ammazzare la nuova Wonder Woman nella culla, uccidendo quindi la possibilità che questo personaggio decollasse e che le attrici (donne) finalmente sfondassero il soffitto di vetro dei ruoli principali e meglio pagati di Hollywood eccetera eccetera. Probabilmente non c'è nessun sabotaggio in corso riguardo al film, salvo magari come è stato fatto, ma giudicate voi. Queste diatribe le metto subito ai margini poiché delle differenze tra gente che è enormemente privilegiata m'interessa abbastanza poco (magari dovrebbe interessarmi di più? ma visto lo stato attuale delle cose...) e per quanto riguarda l'icona femminista, be', ormai da diversi decenni ne è stato fatto qualcosa di molto diverso da come la voleva il suo creatore, quindi mettetevi pure il cuore in pace.
Se volete sapere qualcosa sulla Wonder Woman delle origini, ne approfitto per consigliarvi l'articolo (in verità piuttosto scarno) che scrissi per Fantasy Magazine qualche anno fa.

Due parole le spendo per l'attrice, Gal Gadot, che non mi sembra un'ottima scelta per la parte. Ammetto comunque che non saprei indicarne una migliore (il reboot fallito di qualche anno fa su questo aspetto era anche peggio). E inoltre penso che sarebbe stato comunque impossibile il confronto con Linda Carter, che ha il vantaggio di avere interpretato questo difficile personaggio a lungo, e senza rivali per tutti questi anni.

martedì 30 maggio 2017

Consigli di McCann per aspiranti scrittori

Non so se le liste di consigli per i giovani virgulti desiderosi/e di volgersi allo scrivere abbiano più senso quando sono scritte in inglese, ma questa mi ha incuriosito un po' così ve ne voglio parlare.

Chi dispensa consigli è Column McCann, britannico, giornalista e scrittore.
Il primo può essere già sufficiente a spiazzarci:

Non ci sono regole.
Già, qui nell'ambito degli aspiranti autori del fantastico può sembrare un'eresia, perché tanti cercano la perfezione e perché l'adesione a supposte regole inappellabili è stata a lungo l'arma degli odiatori professionisti che si sono creati una "reputazione" spandendo acredine e letame sul prossimo.


Se non sai scrivere qualcosa di interessante, l'adesione a canoni di lavoro non ti migliorerà per niente. Questo lo dico io. L'articolista McCann dice: al diavolo la grammatica, ma solo se prima sai cos'è. Al diavolo i formalismi, ma se prima li sai usare. All'inferno la trama, ma prima o poi ti conviene far succedere qualcosa.
Questo è un punto di vista espresso in breve e molto importante. Io avevo detto qualcosa di simile per quanto riguarda i manuali di scrittura creativa. Non ti devi sentire paralizzato e schiacciato dalle "regole," ma per muoverti devi sapere quali siano e farti la mano.
Altrimenti il rifiuto delle regole è solo una scusa (poco duratura) per occultare la tua ignoranza.

La prima riga.
Dovrebbe essere coinvolgente, strepitosa, strappare l'attenzione del lettore e convincerlo che ci sia qualcosa di urgentissimo da sapere... Ok, lo si è sentito molte volte: devi iniziare con qualche cosa che acchiappa. Ma l'articolista dà un paio di suggerimenti in più che reputo buoni. Primo, non farti travolgere dall'inizio travolgente. Dopo aver iniziato con forza per tirare il lettore nel tuo mondo, puoi essere più tranquillo nello svolgere la storia, presentare il tuo mondo.
Secondo: non è mica detto che l'incipit acchiappa-lettore sia la prima cosa che ti viene perfetta al primo colpo. Forse ne scoprirai uno che funziona davvero bene più avanti, e lo riscriverai da capo.

Non scrivere di ciò che sai.
Questa è eretica! McCann dice: scrivi di quello che non sai ma vorresti sapere. Lo scrittore è un esploratore, che guarda al di fuori di quello che è e di quello che sa. Segue un trafiletto molto convincente e commovente (leggetelo!), che condivido almeno in parte. Lo "scrivere di ciò che sai" per me è comunque perdente in partenza, una cosa che limiterebbe moltissimo il campo d'azione di uno scrittore.

Il terrore del foglio bianco.
È una scusa troppo facile. Perché alla prima difficoltà ci si perde a controllare la posta elettronica, ad andare su internet, ecc... Prima di dire di avere la sindrome del foglio bianco bisogna stare lì, senza pensare ad altro, per un certo tempo.

La creazione di personaggi.
Perfettamente d'accordo con McCann. Arrivare a conoscerli alla perfezione come se fossero persone vere.

Scrivere dialoghi.
McCann sconsiglia di esagerare con accenti strani, slang, dialetti, versi, e con l'uso di alternative come esclamò, gridò, insistette al posto del semplice disse. Quest'ultima in italiano funziona piuttosto male, nella nostra lingua le alternative vanno cercate. Per McCann il dialogo "scritto" non deve cercare il realismo di un autentico colloquio (che è difficile da rendere, ci avete provato?).
Il dialogo è efficace se riesce a saltare minuzie come saluti e introduzioni iniziali e arrivare rapidamente al dunque. I personaggi possono mentire, o presentare la realtà dal punto di vista obliquo che fa comodo a loro, hanno i loro tic, e certamente ciascuno un modo diverso di parlare. Su quest'ultima io sono d'accordo a metà, nel senso che c'è ovviamente chi ha una maniera molto distinguibile di esprimersi, ma nel caso di molte persone le differenze sono sottili. Pensateci bene, dopo aver fatto caso a come parlano le persone con cui vi relazionate spesso.
Se la vostra maniera di caratterizzare due persone che parlano è che uno dice sempre "cioè" in mezzo a una frase e l'altro continua a ripetere "secondo me," lasciate perdere.

La struttura.
Le storie sono organizzate. Come una flow chart (largo circa...), con percorsi che si incrociano, snodi costituiti da colpi di scena e avvenimenti principali, flussi più e meno importanti, fatti fondamentali.
Questa struttura è generalmente non poco complessa ed esiste sempre, almeno inconsciamente, nella testa di chi scrive.
Creare la storia in questo modo però può essere una trappola perché limita le possibilità.
Questo quello che l'articolista dice. Io, che mi faccio sempre i miei schemini tranne che per le storie brevi. In ciò che afferma McCann ci credo a metà, ma penso anche io che lo schema debba emergere con grazia da un sacco di elementi: azioni, dialoghi, personaggi e via dicendo, ed essere rinforzato senza esagerare. Ed è vero che un po' di spazio all'improvvisazione va lasciato. Scrivere per riempire una cornice immutabile decisa in precedenza può essere piuttosto noioso.

La trama e il linguaggio.
Per McCann spesso la maniera in cui una storia viene raccontata è molto più importante della storia in sé. Io credo che questo sia vero nella massima parte dei casi, visto che di storie originali al cento per cento ne esistono davvero pochine, e che la qualità sta molto più nel "come" piuttosto che nel "cosa."

Punteggiatura.
Alcune regole fondamentali. Come avrete sentito dire anche in Italia, le parentesi prendono troppa attenzione e vanno usate con cautela (una norma di cui, e lo dico fra parentesi, me ne frego abbastanza). Per McCann la grammatica va saputa, ma qualche volta un errore può valere la pena di lasciarlo scappare. Sulla prima sono d'accordo. Sulla seconda, e comunque teniamo conto che parliamo di due lingue differenti, gli errori grammaticali li terrei solo nel dialogo, per riflettere il linguaggio parlato. Anche quello con qualche limite... talvolta anche i più ignoranti dei miei personaggi usano il congiuntivo.

Ricerca.
Per documentarsi su quello di cui non si sa ma, vedi sopra, comunque si vuol scrivere, è necessario leggere dei veri e propri testi e non qualche sciocchezzuola su Google o la Wikipedia.
Questo dice McCann, io penso che spesso e volentieri uno che sappia servirsi di questi mezzi può fare un bel lavoro lo stesso, dipende da cosa gli serva davvero e quanto desideri pavoneggiarsi con la sua capacità di calarsi nel contesto. E quanto a quella, McCann consiglia, e qui sono perfettamente d'accordo, di non affogare il lettore con i dettagli che voi avete dovuto imparare per poter scrivere di un certo fatto o in una certa ambientazione.

Il Fallimento.
Vuol dire che almeno ci avete provato. Eh, già.

Buttare via tutto.
Se davvero fa schifo o non riesci a migliorarlo, butta via tutto. Comunque è stato un insegnamento.
Mica facile, però...

Finale.
Il finale: non è semplice, portrebbe essere necessario metterne giù due o tre e poi scegliere il migliore. Oppure saper ascoltare il lampo di genio, tornare indietro qualche pagina e trovare il punto migliore per mettere la parola fine, togliere quello che viene dopo.
Scegli quel finale che ti sembra vero, e con un pizzico di mistero, dice McCann, e ci invita a riflettere su un fatto: una storia comincia prima di quando la facciamo cominciare noi e finisce dopo, pertanto è inutile cercare il finale perfetto.
Personalmente trovo che il finale non sia così difficile... quando mi viene di colpo e mi convince subito. Se non ho questa fortuna, in effetti, è un gran problema.





martedì 23 maggio 2017

Gioco di Ruolo, aiuta la crescita personale?

Si è sempre parlato tanto di effetti malefici e diabolici del GDR (Gioco di Ruolo, o anche RPG, dall'inglese), e questa è una diatriba che va avanti da un sacco di tempo. Per una volta tanto vogliamo soffermarci sugli effetti positivi? Sorprendentemente, ce ne sono un sacco...
In particolare, i giochi di ruolo, anche se li si intraprende per divertimento, possono insegnare un sacco di cose. Cito qui un articolo di un paio di anni fa, in inglese, dove si afferma, per cominciare, che chi si occupa del gioco di ruolo deve per forza leggere e imparare a scrivere, e descrivere, tutti grandi esercizi per la mente e che possono aiutare chi vi è per natura poco dedito (in Italia invece chi è analfabeta di ritorno spesso si sente superiore alle persone che sorprende con un libro in mano, ma non per niente il nostro paese sta affogando nel letame...).

domenica 21 maggio 2017

Due che non mi vedo

Sono nelle sale due film che volevo "quasi" andare a vedere. Il primo è King Arthur, Legend of Sword, titolo tradotto male in italiano (...il potere della spada). Un film fantasy (forse è una forzatura chiamare fantasy il ciclo arturiano ma sopportatemi) che sia anche un bel film è cosa rara, per cui anche su quelli mediocri si sofferma facilmente la mia attenzione. Ma quando ho letto qualche critica mi sono cadute le braccia. Nonostante la presenza di attori noti, qui siamo in un film d'azione senza grandi idee, su cui il nome di Re Artù è stato calato a forza. Il futuro sovrano è un tipo che conduce la rivolta contro un tiranno (Vortigern) salutato con uan specie di saluto nazista dalle sue truppe, tanto per intenderci sull'atmosfera. Arti marziali orientali nella britannia del quinto secolo... battaglie in CGI a manetta. Insomma niente a che vedere con il materiale che dovrebbe essere la fonte: questo film è solo un generico sbudellamento con una trama ridicola.

L'altro film è Alien Covenant: Ridley Scott ha rimesso la parola "Alien" nel titolo e a quanto pare il nostro mostro tanto amato torna alla grande. Io però mi sono riguardato il post che avevo scritto su Prometheus qualche anno fa... e mi rendo conto che se è vero che la trama si riallaccia a quel precedente film, e approfondisce alcune tematiche (e le azioni di certi personaggi) che finalmente potrebbero cominciare ad avere senso, per me sarebbe indispensabile rivederlo poiché Prometheus nella mia memoria era stato coperto da un misericordioso oblio. Ma ne vale la pena?


Dicono che questo Alien Covenant sia meglio e c'è una contrapposizione talebana tra entusiasti e detrattori. Non voglio essere tra i secondi per forza e certamente non mi ci metto senza avere visto il film. Ma, leggendo il poco che viene rivelato sulla trama, vedo che un'astronave viene attirata su un pianeta da un misterioso segnale e uno di quelli che sbarcano poi comincia a sentirsi male... e a questo punto, a parte i grandi sottotesti filosofici che indubbiamente ci saranno, mi domando: ma Ridley, quante volte devi raccontarci la stessa storia? Penso proprio che questo film me lo vedrò in streaming... forse.

lunedì 15 maggio 2017

Arrival

Ho recuperato la visione di questo film di fantascienza, senza sapere cosa aspettarmi (avevo avuto guai personali da affrontare a altro da pensare quando era arrivato nelle sale). Arrival, tratto da un racconto (Story of your life di Ted Chiang) premio Nebula nel 2000, è un film piuttosto avaro di spettacolarità ed effetti speciali, ma che mette parechia carne al fuoco per quanto riguarda la storia. Con questo non dico che sia originalissima (la principale "trovata fantascientifica" la conosce già bene chiunque abbia letto Mattatoio n. 5 di Kurt Vonnegut) ma qui la grande impresa e la grande scoperta si intreccia con la vita personale, gli affetti e gli amori della protagonista e di altre persone.


Il film parte con un'improvviso arrivo sulla Terra di una dozzina di astronavi, dodici "gusci" che non colloquiano, almeno inizialmente, con l'umanità. Si limitano a starsene lì, il che è snervante. Una linguista, Louise Banks (Amy Admas, celeberrima attrice che mi torna però alla mente solo per il ruolo in Prova a Prendermi, dove è l'infermiera che si innamora del truffatore impersonato da Di Caprio), viene prelevata con la massima urgenza dai militari per cercar di capire cosa dicono questi alieni, che finalmente si sono mostrati.

domenica 14 maggio 2017

Poveri, Bianchi, Tedeschi (segnalazione)

Segnalo il link a un articolo interessante sulla povertà e il disagio sociale in Germania. Dal momento che ho passato le mie ultime vacanze tra Francia, Lussemburgo e Germania, è un fatto di cui mi ero accorto... nella terra di Frau Merkel non va tutto bene.

E quando mi sono trovato per caso o per sbaglio in periferia, tra biondi coi sandali e i pantaloni della tuta, lì a fare niente davanti a una pizzeria, chiassosi, torso nudo, l'aspetto inequivocabilmente squattrinato, mi sono detto che forse era il caso di approfondire. A dire il vero la prima cosa che mi sono detto è: meglio sbrigarsi ad andare via, prima che per un motivo o per l'altro qui finisca male.

Vi invito quindi a leggere questa pagina...

venerdì 12 maggio 2017

Tecnica di una sconfitta

Torno alla Francia, di cui ho parlato non molto tempo fa nell'articolo sulla Francia di Vichy, per esaminare il periodo immediatamente precedente. Ovvero la sua sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale. La caduta della Francia nel 1940 forse sembra oggi meno strana e strabiliante di quanto sia apparso all'epoca, ma è un esempio interesante di cattiva gestione di un problema militare, e perciò è rilevante parlarne ancora oggi.

In pratica questa fase del conflitto durò poche settimane e, quasi subito, fu chiaro che gli Alleati avrebbero perso. Da parte tedesca, ci si aspettava una dura lotta coi Francesi e la vittoria fu una sorpresa grandissima anche per quelli che l'avevano guadagnata.

lunedì 8 maggio 2017

Dark Star

Dark Star, opera di anarchia hippy, è un film assai bizzarro diretto da John Carpenter e realizzato con quattro soldi negli anni '70. Il regista non ha bisogno di presentazioni, in quanto è un genio del cinema americano in generale e della fantascienza in particolare. Coautore della sceneggiatura è Dan O'Bannon, che recita anche, nella parte del (falso) sergente Pinback: O'Bannon ha al suo attivo molte eccellenti opere, in quanto ha scritto la sceneggiatura di Alien e lavorato a Guerre Stellari e Heavy Metal.

La storia verte attorno all'astronave Dark Star, in viaggio ormai da vent'anni ai margini dell'universo abitato, con il suo compito di distruggere i pianeti che, per anomalie orbitali, potrebbero provocare dei danni. A causa di un incidente, anni prima, il comandante Powell è morto, e il tenente Doolittle ne ha preso il posto. Ma l'equipaggio è particolarmente annoiato e demoralizzato. Doolittle è un amante del surf con pochissima voglia di continuare la missione. Il bizzarro Pinback, che cerca di far ridere il resto dell'equipaggio con giochi e scherzi cretini, è in verità un estraneo che ne ha preso il nome e il posto... o almeno così lui stesso dice, ma non si sa se sia uno scherzo pure questo. Boiler, navigatore, fa giochi pericolosi tipo sparare con un fucile all'interno dell'astronave, e infine Talby se ne sta in una cabina a guardare le stelle e non ha più praticamente alcuna relazione con gli altri. Gli piace stare lì a guardarsi intorno, non vuole la compagnia. Il computer, con una suadente voce femminile, è come se fosse un altro membro dell'equipaggio, ma perfino le bombe sono senzienti, dialogano e ragionano.

lunedì 1 maggio 2017

American Gods, la serie TV

È arrivata su Amazon Prime la serie molto attesa ispirata al libro di Neil Gaiman. Libro che a me non era piaciuto moltissimo, ma certo American Gods lascia il segno, anche se può avere dei difetti. E così vale anche per questo primo episodio, che ha il suo punto di forza ma forse un po' anche il suo limite nella potenza grafica. Inquadrature con forti contrasti e forte colore, tanto sangue, scene truculente, un gusto per l'insolito. Per adesso la storia ricalca abbastanza quella del libro, e per quanto riguarda gli attori la scelta mi sembra buona.



Partiamo da Wednesday, il personaggio che più salta all'occhio, bizzarro amichevole truffatore, un po' magnanimo e un po' cialtrone. Ian McShane, attore inglese dalla lunga carriera, riesce secondo me a impersonarlo abbastanza bene, un volto che non dice niente di particolare ma una recitazione che lascia il segno. Shadow Moon, l'ex carcerato cui Wednesday offre un lavoro, è interpretato da Ricky Whittle (che abbiamo visto in The 100), con indubbia presenza fisica e quella solidità di espressione e di carattere che vanno bene nel ruolo. Pablo Schreiber, Leprechaun, è uno dei carcerieri in Orange is the new black. Devo dire che non lo avevo riconosciuto, la trasformazione è impressionante. Vediamo poco Emily Browning (Sucker Punch), ovvero Laura, la moglie di Shadow Moon, e la nigeriana Yetide Badaki che interpreta Bilquis, antica dea dell'amore. Non mi pronuncio ancora sugli attori che interpretano gli antagonisti di Wednesday.

La trama non si è ancora rivelata un gran che, e presumo che ci metterà un poco (è così anche nel libro). Per adesso posso dire che il primo episodio attira certamente l'attenzione.

venerdì 28 aprile 2017

L'altra Francia

Da bravo appassionato di storia, e in particolare del periodo più recente (diciamo dalle guerre mondiali, o poco prima, fino agli anni recenti) sono andato a pescare un libro che narra di un aspetto poco seguito della Seconda Guerra Mondiale. L'aspetto è la storia della Francia di Vichy, ovvero un paese che si trovò in una situazione ibrida: non sconfitto e sotto occupazione tedesca come molti altri, ma in parte collaborazionista (diciamo con il freno a mano parzialmente tirato) e soprattutto nemico di quello che era stato il suo alleato più importante, ovvero la Gran Bretagna. Il libro, che si concentra sugli aspetti militari (senza trascurare completamente gli altri) ed è infuso di sottile e non sottile umorismo britannico, è intitolato England's Last War against France con sottotitolo Fighting Vichy, 1940-1942, e l'autore è Colin Smith, storico e giornalista.

Pétain stringe la mano a Hitler, un gesto che gli costerà caro

La Francia di Vichy nasce da una sconfitta, ovvero l'invasione tedesca del 1940. Il successo sperato ma non veramente creduto da Hitler e dai suoi generali, il trionfo di quella "guerra lampo" che porterà a una sbornia di illusioni, di poter affrontare qualsiasi nemico e farlo fuori in qualche mese o addirittura nel giro di poche settimane. Illusioni che poi moriranno in terra di Russia.

martedì 25 aprile 2017

Tredici (13 Reasons why)

La famosa (o comunque molto pubblicizzata in questo periodo) serie di Netflix su una ragazza che si suicida e lascia una specie di diario-atto d'accusa da fare ascoltare (perché si tratta di vecchie cassette a nastro) ai presunti responsabili ha sollevato un certo rumore e avevo deciso assolutamente di verderla.
Ho cominciato, non so se e quando finirò perché per certi aspetti non è quello che mi sarebbe desiderato vedere. Ne parlerò un poco e dove ci saranno anticipazioni avvertirò in tempo.


Innanzitutto siamo ovviamente negli USA e nella solita città sfigata dove tutti vorrebbero andare via e che sta in mezzo al nulla (in Italia cosa dovremmo dire, ma vabbè...) o comunque non c'è nulla di interessante. Seguiamo la storia di Hannah (Katherine Langford, attrice australiana) che va in una scuola nuova, vive diverse situazioni di disagio e alla fine si uccide... questo non è uno "spoiler" perché è ben chiaro fin dalla prima puntata, o fin da quando avete sentito parlare di questa serie. I problemi di lei nascono molto dalle dinamiche che si instaurano nel suo liceo (traduco così high school che comunque indica le superiori). Voglia di seguire le dinamiche personali di questi ragazzi del liceo ne avrei anche avuta ma ci sono gli ovvi limiti... io sono troppo vecchio e quando avevo quell'età niente cellulari, niente chat, niente internet e insomma niente un sacco di cose belle e di str... (pardon) che ci sono oggi. E questo non toglie che fosse un mondo difficile anche allora ma la differenza di epoca mi impedisce ogni tentativo di immedesimazione e anche la differenza di società, perché il mondo USA, che conosciamo solo attraverso la TV, è molto diverso dal nostro.

mercoledì 19 aprile 2017

Scrivere, e poi?

Avrei dovuto uscire con un nuovo libro l'anno scorso ma a quanto pare ci sono state difficoltà creative perciò i tempi si sono allungati, ma non temete, nel 2017 avrete il dispiacere comunque di leggere qualcosa di mio.
Però ci sono stai momenti, negli ultimi due anni, di crisi creativa, di svogliatezza nera, da non riuscire a trovare la minima voglia per mettere una parola dietro l'altra. Una delle vittime (incolpevole in questo caso) della situazione è stata la mia collaborazione con Fantasy Magazine, ma comunque di tante idee che avevo in testa ben poco è venuto fuori. Il problema è che anche le mie scarse aspettative non si sono realizzate e non credo si realizzeranno. Di questo parlo oggi. Non di come navigare nelle difficili acque dell'editoria o dell'autopubblciazione. Non sono uno di quelli capaci di creare manuali sul come e per come dello scrivere, anche io leggo ciò che scrivono altri in merito, posso darvi però la mia personalissima, esistenziale visuale su come vedo andare le cose.

lunedì 10 aprile 2017

Life - Non oltrepassare il limite

Non so chi sia Daniel Espinosa, regista di questo film (secondo Wikipedia "svedese di origine cilena"), certo la Columbia lo ha ritenuto adatto a girare un film di un certo peso (ovvero budget) e con attori di tutto rispetto. Non hanno rischiato sulla storia, perché ne hanno presa una già bell'e pronta. Infatti Life - Non oltrepassare il limite (semplicemente Life in inglese) è quasi un remake di Alien, compresa caccia all'alieno nei corridoi dell'astronave. Lo rende piuttosto inquietante il fatto che si svolga tutto molto vicino a noi: l'alieno è stato pescato (senza saperlo) da una sonda che esplorava Marte, e il luogo dove si manifesta è la Stazione Spaziale Internazionale, dove un gruppo di studio si occupa di verificare i campioni marziani. Il tutto ha una logica, nel senso che non si vuole correre il rischio di contaminare la Terra (ed è, sebbene più in senso lato, una preoccupazione anche in Alien).



Temi presi da un vecchio capolavoro, quindi, e aspetti visivi che ricordano molto Gravity, altro successo di fantascienza, questo però recente. Life - Non oltrepassare il limite è certamente scarso di identità propria anche se ci sono dei bravi attori, ma non si può negare che sia ben fatto e con un passo capace di prendere l'attenzione.

mercoledì 5 aprile 2017

The Lone Ranger

Ci sono film che vengono trattati a pesci in faccia e falliscono al botteghino perché la casa cinematografica sceglie, in seguito a scannamenti e notti dei lunghi coltelli interne, di non sostenerli. Così non hanno pubblicità, escono nel momento sbagliato e finiscono in competizione con i dominatori previsti della stagione, escono in poche sale e via dicendo: fiasco assoluto, perdite multimilionarie.


 John Carter era uno di questi film, ma avendolo visto e apprezzato posso dire che in realtà non era niente male. Avevo molta meno fiducia in The Lone Ranger, del 2013 (prodotto da Disney, che a volte i film li azzecca con guadagni colossali, ma alle perdite abissali non è nuova), ma ho voluto toccare con mano. Il risultato è stato abbastanza disastroso, per la verità, anche se questo film non è stato un "fiasco" come incassi, semplicemente non ha recuperato le enormi somme spese per produrlo.

venerdì 31 marzo 2017

La Fine dell'Età del Bronzo

Non è raro che le mie letture vengano influenzate da altri blogger, e non fa eccezione questo 1177 a.C. Il collasso della civiltà, di Eric H. Cline, un bel libro divulgativo che ci porta, fra prove documentali, testi d'epoca e interpretazioni archeologiche, ci porta a un epoca che per la maggior parte di noi può suscitare solo qualche confuso ricordo scolastico e forse nemmeno quello. Tra Assiri, Babilonesi, Ugariti, Cassiti e Mitanni (questi tre nomi al liceo non li avevo proprio sentiti), Cananei, Egizi, Ittiti e Micenei, e non dimentichiamoci dei Cretesi, si parla di civiltà che erano già abbondantemente scomparse, con l'eccezione degli Egizi ovviamente, quando cominciò la storia che ricordiamo un po' di più, quella meglio documentata, con i Greci e i Persiani, Alessandro Magno, l'antica Roma e via dicendo.


C'è da dire che questo mondo dell'Età del Bronzo non era poi così oscuro come le scarne notizie ci farebbero pensare. È vero che dobbiamo scavare nel profondo passato: si parla di un'epoca che va dal 3000 e rotti avanti cristo fino al 1177 del titolo del libro, che in realtà è una data simbolo ma non l'ultimo respiro di queste civiltà.

lunedì 27 marzo 2017

Iron Fist

Mentre per i film di supereroi Marvel non posso dire che siano noiosi o riusciti male, ma solo che dopo averne visti tanti la loro formula m'è venuta un po' a noia, delle serie TV Marvel su Netflix non posso parlare un gran che bene. Non ce l'ho fatta a terminare Jessica Jones e ho visto solo una puntata di Daredevil, anche Luke Cage l'ho mollato a metà stagione. Pure con questo Iron Fist le cose stavano iniziando molto male con una puntata iniziale che non mi ha davvero ispirato. Vediamo un po'... un tipo riccioluto, scapigliato e con la barba lunga se ne va in giro per New York con l'aria dell'hipster povero, sfoggiando saggezza buddista. Istintivamente mi sta antipatico, ma procediamo. Costui dice di essere Danny Rand, erede di una famiglia proprietaria di un impero industriale distrutta da un incidente aereo 15 anni prima, quando lui era un bambino. Ovviamente cosa fa? Cerca di entrare in contatto con gli attuali proprietari, del resto suoi amici di infanzia, che sanno senza ombra di dubbio che lui è morto con padre e madre.



Dal momento che gli ex-amici si sentono minacciati da questo barbone che pretende di essere il defunto Danny, la loro reazione è di non volerci nemmeno parlare e lui, anziché cercare di ricordare alcuni episodi che lo farebbero riconoscere per chi effettivamente è (il bello è questi esistono e già alla seconda puntata salteranno fuori) si fa intrusivo e insistente. Non minaccioso a livello fisico ma decisamente preoccupante, abbastanza da spingere Ward, ex amichetto un po' arrogante e nuovo capo dell'azienda, a scatenargli contro i suoi scagnozzi per levarselo dai piedi.

giovedì 23 marzo 2017

Immaginare Mondi: guerra nello spazio

Uno dei temi classici della fantascienza (libri, film, serie TV, anche videogame) è quello degli imperi interstellari (o intergalattici, addirittura) con tantissimi mondi abitati, razze diverse, e flotte di enormi astronavi da guerra. E la guerra avviene regolarmente. Pensiamo a Star Trek con i frequenti combattimenti della Enterprise, a Battlestar Galactica, a Fanteria dello Spazio, e via dicendo. Da una parte sembra naturale. Ci sono stati imperi sulla Terra, si sono combattuti, sono sorti e sono crollati, e via dicendo. Soprattutto, hanno lottato in tante guerre. Perché non dovrebbe essere lo stesso nello spazio?



La logica però tiene fino a un certo punto. O meglio... sarebbe proprio così, penso, fra nazioni o comunque fazioni umane che andassero a sfruttare asteroidi o la Luna, lo possiamo concepire facilmente. Lotterebbero fra loro, succederebbe di tutto. Ma se immaginiamo civiltà diverse, accomunate però dalla capacità di viaggiare tra le stelle con relativa facilità, come si può prendere un treno o una nave da noi, una competizione serrata non credo che avverrebbe, nel senso che immaginiamo oggi.

venerdì 17 marzo 2017

Protagonisti che non funzionano

Un discorso che qua e là ho già affrontato, ma che merita un approfondimento: lo spunto me lo da questo articolo dal titolo provocatorio (tradotto in italiano): I protagonisti fanno schifo.
Ovvero, nelle storie tradizionali il protagonista è quello che ha la parte più scontata (quello che deve fare "il viaggio dell'eroe," no?), noiosa, un qualcosa che deve esserci per forza, che ha il suo ruolo per costruire una storia anche valida, ma che spesso non sarà particolarmente eccitante di suo.
Per contro, come avevo scritto in questo vecchio articolo, l'antagonista, il cattivo, può facilmente essere molto più interessante: un buon cattivo, scrivevo, alla fine è anche più semplice da creare rispetto a un buon protagonista. E questo è dovuto anche a una caratteristica che, soprattutto nelle storie più tradizionali, ci rifilavano di continuo i canoni hollywoodiani: il protagonista deve essere qualcuno con cui lo spettatore possa identificarsi, quindi alla fine non può essere troppo strano o avere una personalità troppo spiccata e individualista.

venerdì 10 marzo 2017

Frontiera

Un giudizio di "così così" per questa serie di Netflix, dove rivediamo l'attore famigerato per aver interpretato Conan nel nuovo film sulle avventure del cimmero, pellicola che ha dato cattiva prova di sé sugli schermi qualche anno fa. Parlo ovviamente di Jason Momoa, e la serie è Frontiera (Frontier) ma l'attinenza al fantastico, devo ammettere, non esiste. Si tratta però di una tematica che mi è stata cara fin da quando ho letto L'Ultimo dei Mohicani tanti anni fa: la frontiera, il commercio delle pelli, le foreste, quel periodo in cui i nativi americani erano ancora una forza da tenere in considerazione. Per non indurvi in errore faccio subito una precisazione: questa storia non è ambientata (come quel libro) nel periodo delle lotte tra Francesi e Inglesi. I Francesi sono stati già sconfitti e hanno perso il Canada (per la cronaca, ciò avvenne a seguito della Guerra dei Sette Anni). Gli Stati Uniti sono ormai indipendenti mentre stanno calando le fortune della Compagnia della Baia di Hudson, un'impresa mista statale e privata britannica che sfruttava il lucroso commercio delle pelli (e dei rifornimenti da vendere agli indiani, che erano fra i principali procacciatori delle pelli in questione). Commercianti e cacciatori di ogni genere minacciano il monopolio della Compagnia. Quanto agli indiani, sono schiacciati sempre più, e il buon Momoa interpreta proprio uno di loro, anzi un mezzo sangue, Declan Harp, guerriero e mercante in cerca di vendette contro un perfido e carognesco funzionario della Compagnia (Lord Benton interpretato da Alun Armstrong). E quanto agli Inglesi, ora li vediamo proprio nelle terre strappate ai rivali francesi, mentre le colonie di un tempo sono diventate indipendenti, ma le loro sorti sono tutt'altro che rosee e a quanto pare la Compagnia sta diventando più un danno che una risorsa.

In mezzo ai due finisce uno scugnizzo irlandese (Michael, interpretato da Landon Liborion) in cerca di fortuna. A causa di un furto finito male la fidanzata di Michael è alla mercé di Lord Benton, che può liberarla o farla marcire in galera, e questo spinge Michael a collaborare con lo spietato funzionario, ma il giovanotto subirà il cupo fascino di Declan Harp e finirà per allearsi con lui (e -SPOILER- riuscirà anche a riabbracciare la fidanzata, che però si rivelerà una frignosissima palla al piede).

Per alcuni aspetti questa serie riesce a richiamare i vasti spazi inesplorati e le imprese epiche di quel periodo. Nei travagli di Michael vediamo le difficoltà incontrate da un bianco che pensasse di fare fortuna da quelle parti: di fronte a un mondo inclemente, o si svegliava alla svelta (e molto), o gli conveniva fare ritorno a casa, o altrimenti poteva ripiegare su mestieri più modesti tipo zappare qualche angolo di terra. La vita del "trapper" non era per tutti.

La serie è breve e si fa guardare ma per certi aspetti funziona poco. Jason Momoa si conferma a mio parere attore che va bene nelle parti adatte per lui, ma poco flessibile. Qui la parte gliel'hanno cucita addosso bene (un uomo amareggiato e ossessionato dalla vendetta) ma quando si tratta di recitare un po' di fino non convince. C'è una scena dove Lord Benton, che era stato suo mentore, lo tortura con vari coltelli e strumenti, e i due si rinfacciano tutto quello che si devono rinfacciare, ma la cosa che si nota di più è che né Momoa né Armstrong mi sembrano in grado di offrire la recitazione intensa che in una scena simile ci vorrebbe.

E per quanto riguarda la trama, be', a volte le cose procedono lentamente, e se in una manciata di puntate devono ricorrere all'espediente di far cadere Harp nelle mani di Benton per due volte, forse qualcosa non va. E ci sono troppe figure di contorno (locandiere spie e confidenti di tutti quanti, ufficiali ambiziosi e corrotti, preti ubriaconi ecc...) che non si capisce bene dove debbano andare a parare. Frontiera a mio parere sfrutta male le grandi possibilità della sua ambientazione, ma se dovesse saltare fuori una seconda serie gli darò volentieri una seconda possibilità.


martedì 7 marzo 2017

Grexit Apocalypse

La crisi greca... una delle tante. Ricordate? Alexis Trsipras che chiede a mezzo referendum un drammatico giudizio al popolo: piegarsi alla troika europea o no? Ottiene il mandato per dire di no ma... corre dai buorcrati europei e cala le brache. L'uomo che non seppe sfidare le banche (e la Merkel). Tutto molto diverso nella fantapolitica e fantascientifica ucronia di Alessandro Girola, dal titolo Grexit Apocalypse. Qui il buon Tsipras non si arrende ma decide di colpire e colpire duro... e lo fa con l'aiuto di un misterioso personaggio, facente parte di una famiglia di ricchi affaristi e armatori, e custode di un segreto che è condiviso solo da alcune bislacche sette segrete in Europa. Il perfido Kedives controlla gli Aloadi, dei mostri preistorici, di natura non completamente terrestre, dotati di poteri tali che le armi moderne faranno fatica a danneggiarli. Quindi scatena un assalto contro le potenze europee che hanno voluto la Grecia in ginocchio. Ci va di mezzo anche l'Italia.

Alle sequenze di azione mozzafiato, che fanno la fortuna di una troupe televisiva abituata a campare di routine, si alternano le scene con i politici (un piacione Renzi non troppo furbo, la solita pragmatica Merkel, il ministro Boschi che sfodera doti non comuni di intelligenza e iniziativa) che devono decidere come trattare la questione.

giovedì 2 marzo 2017

Endless Legend e Worlds of Magic

Complice una offerta speciale di Steam, il grande fratello online che domina (ormai e purtroppo) sui nostri mondi computer-ludici, ho avuto modo di provare due giochi strategici a turni con tematiche fantasy. Non sono quel gran giocatore su PC e non lo sono mai stato anche quando ci dedicavo una montagna di tempo, ma questo genere mi ha sempre attirato, pertanto vediamo un po' cosa ho sperimentato...

Innanzitutto Worlds of Magic, che è un gioco abbastanza classico, per non dire datato... in realtà non è uscito molto tempo fa, frutto di una campagna di kickstarter che riportasse in auge certi aspetti di vecchie glorie ludiche, per esempio il compianto Master of Magic, un "civilization fantasy" molto in anticipo sui tempi che aveva una intelligenza artificiale da mettersi a bestemmiare, ma che era rimasto nel cuore di molti.
Mappa a quadrettoni e grafica imperdonabilmente datata anche per uno come me che dice sempre che in fondo la grafica non è così importante, Worlds of Magic offre un mondo con un sacco di nemici da prendere a mazzate, tra cui varie presenze sul terreno dove ammazzi il mostro e prendi il tesoro in classico stile GDR "power player." Per muovere le unità sulla mappa c'è da piangere, visto che i tipi di terreno hanno colori strani (la palude, dove ci si muove malissimo, ha un colore che la rende simile alla prateria: oppure sono scemo io, accetto suggerimenti). Il "libro degli incantesimi" offre tante cose già viste e riviste, la mappa dei combattimenti tattici è oscena... insomma ci sono giochi molto vecchi che avevano già tutti questi elementi e una grafica anche più accattivante.

lunedì 27 febbraio 2017

Una storia di copyright

Segnalavo un mesetto fa che alcuni racconti di Clark Ashton Smith venivano tradotti come ebook da Davide Mana in quanto il copyright era scaduto (a quanto affermato dallo stesso). Adesso l'operazione è ferma, bloccata da una contestazione presso Amazon.
Non essendo certo un esperto in materia di copyright m'ero astenuto dal fare alcuna valutazione sulla possibilità o meno di pubblicare le opere di Clark Ashton Smith, che, come qualcuno ricorderà, è morto nel 1961. Può benissimo darsi che in altri paesi o in quasi tutto il mondo le sue opere, o alcune di esse, non siano più coperte da copyright. Per quanto riguarda l'Italia però, se quello che in questi giorni sono andato a spulciare in giro è vero, il copyright non scade se non dopo 70 anni dalla morte dell'autore (o di tutti gli autori se opera scritta da più persone).
Pertanto ho l'impressione che chi voglia pubblicare liberamente C.A.S. tradotto nella nostra lingua dovrà aspettare ancora oltre dieci anni...

domenica 26 febbraio 2017

Un omaggio a Carrie Fisher (1956 - 2016)



Star Wars, un grande successo pop rispetto al quale ho sempre avuto qualche riserva (sulla trama, anche se indubbiamente ha costruito tutta una mitologia che funziona), ha creato alcune figure iconiche che sembrano voler vivere di vita propria. Di una di queste, la Principessa Leila, abbiamo perso l'interprete qualche mese fa. Carrie Fisher ha ricevuto dichiarazioni di cordoglio e di affetto degne di una superstar, a dimostrazione della potenza del personaggio che ha interpretato: sebbene tornata sulle scene nella parte della Principessa Leila recentemente, si può dire che dopo il grande successo degli anni '70 e '80 con la prima serie di Star Wars non avesse mai avuto un importante ruolo da protagonista.

lunedì 20 febbraio 2017

Robottoni 30 anni dopo

Per quanto riguarda le mie passioni adolescenziali, una cosa è certa: la smania per i cartoni animati giapponesi con alieni e robot (mecha) che fanno a mazzate m'ha preso forte a suo tempo ma la trovo piuttosto imbarazante da adulto. E infatti per quanto l'animazione in stile nipponico vada bene un po' per tutte le età, i temi ora sono generalmente molto più adulti, di solito ad opera del buon Miyazaki e dei suoi seguaci.

Complice Netflix e Youtube, mi sono rivisto alcuni cartoni di un tempo. Non c'è niente di meglio per ammazzare la nostalgia e non pensarci più, direi. Con pochissime differenze fra l'una e l'altra serie, i robottoni giapponesi sono semplicemente ridicoli: la trama è praticamente la stessa puntata dopo puntata, l'esito finale scontato (al punto che i travagli dell'eroe per farcela suonano solo ridicoli), e la logica totalmente assente. Come già a 10 anni di età lo spettatore si potrebbe domandare: ma il cattivo di turno, che abbia la sua base sulla Luna o al centro della Terra, perché diavolo manda un "mostro" o un robot alla settimana, per affrontare l'unico difensore dell'umanità? Non potrebbe aspettare qualche mese e poi sommergere il difensore con una superiorità di dieci a uno o più, a piacere?

giovedì 16 febbraio 2017

Sua Maestà

Vedere un film orribile perché lo si può vedere gratis grazie a Netflix non è un buon motivo per farlo. Ma è troppo tardi per questa riflessione, perché Sua Maestà, titolo originale Your Highness, l'ho ormai già visto. Il film, vecchio ormai già di qualche anno, è una parodia dei film fantasy, condita da una certa quantità di battute volgari e qualche scena spinta. La trama verte attorno alla rivalità tra due fratelli, uno dei quali è un vero e proprio paladino, coraggioso e senza macchia, mentre il più giovane si sollazza con bevute, droghe e donzelle di facili costumi. In effetti il fratello maggiore e il padre gli vogliono bene ma Thadeus (Danny McBride) è schiacciato dalla fama del fratello più in gamba e non ce la fa in alcun modo a migliorarsi.
Capita però che la promessa sposa del fratello in gamba (Zooey Deschanel) venga rapita dai cattivi e che i due fratelli debbano partire per salvarla, accompagnandosi a una fenomenale guerriera (Natalie Portman).
Seguono inevitabilmente avventure e botte da orbi e Thadeus riesce a ritrovare il rispetto per se stesso e la strada per il successo. Orripilante parodia che non riesce nemmeno a trovare una trama che ribalti le categorie del fantasy, questo film, per fortuna, è stato un terribile fiasco commerciale. Sua Maestà aveva un grosso budget (secondo Wikipedia 50 milioni di dollari, e in effetti si vedono dei costosi effetti speciali e alcune riscostruzioni di buon impatto visivo), roba che in Europa ci fanno una dozzina di film migliori di questo... e anche negli USA, ovviamente. Gli incassi sarebbero poco oltre la metà di quella somma.

Insomma, anche scherzare con parolacce e qualche volgarità è una operazione difficile, nello spettacolo sia cinematografico che televisivo. Può venire fuori qualcosa di divertente o può far schifo. Riesce bene per esempio in Ash vs Evil Dead, commedia horror paradossale.  Riesce bene nel primo Kick-Ass, film parodia sui supereroi, ma a volte fa cilecca nel seguito. Riesce bene nel primo Deadpool, chissà nel secondo...
Non credo possa facilmente riuscire nel fantasy, anche se su carta stampata qualche volta funziona (Terry Pratchett...). Per ricordare qualche incursione nel fantasy satirica e un po' volgarotta che riesca a non essere un fallimento devo tornare con la memoria ai Monthy Python o a Brancaleone da Norcia (che se vogliamo pur avendo qualche elemento fantastico non può essere nemmeno definito un fantasy). Ovviamente sono solo opinioni personali.

Di Sua Maestà penso si salvi solo la scena in cui Natalie Portman si tuffa in tanga, ma a seconda dei vostri orientamenti potrebbe non interessarvi nemmeno quella.


domenica 12 febbraio 2017

Generazione perduta

Per un po' di giorni ho cercato di non scrivere niente sull'ultimo messaggio del giovane suicidatosi per non aver trovato lavoro e stabilità nella vita. Avevo pudore di affrontare un argomento così drammatico. Tuttavia, poiché il suo ultimo messaggio era (anche) un messaggio politico, e politico è il dibattito che ne è nato, ho vinto la ritrosia di entrare nel merito di una tragedia personale e deciso di parlarne, commentando alcune riflessioni trovate in rete e proponendo le mie.

Innazitutto una riflessione del Fatto Quotidiano su chi è responsabile per la situazione di tanti giovani disoccupati. Degna di essere letta, ma che non dice molto di nuovo e propone una soluzione, il reddito di cittadinanza, che però non avrebbe dato risposta al problema del giovane che si è suicidato e di tanti altri, che non sono necessariamente "alla fame" ma vorrebbero finalmente delle basi solide per vivere davvero e non limitarsi a sopravvivere. Credo si capisca chiaramente dal testo del messaggio di Michele, il trentenne che si è suicidato.



Testo che è stato anche, sorprendentemente, interpretato come il manifesto della debolezza di una generazione.

venerdì 10 febbraio 2017

Crazyhead

Siamo in una brutta situazione. Perché un demone sta organizzando l'apertura di un portale e l'invasione della Terra da parte di quelli della sua razza, e le uniche veggenti che sembrano consapevoli del problema e disposte a combattere sono due giovani sciroccate che all'inizio non si conoscono nemmeno fra loro, e che non sembrano possedere eccezionali abilità. Una (Amy) lavora presso un bowling, l'altra (Raquel) è disoccupata, disadattata e seguita da uno psicologo che... è il capo stesso dei demoni, e ha delle mire su di lei. Questa la premessa di Crazyhead, una serie televisiva britannica che mescola humour nero, battute sceme e doppi sensi, situazioni paradossali e personaggi fuori di testa (alla Douglas Adams, per chi conosce la Guida Galattica) per creare una miscela ideale se si cerca un intrattenimento leggero.



In aiuto delle due donzelle intervengono vari spasimanti, fidanzati o aspiranti tali, amiche possedute dai demoni ma che ricompaiono dopo decesso ed esorcismi, ecc... mentre il capo-demone Callum è assistito da una squadra di collaboratori con vari gradi di incompetenza, tra cui Mercy, una demonessa che, avendo avuto la sfortuna di possedere una madre single, si ritrova anche un bambino di cui occuparsi.
Scettico all'inizio, ho finito per divorare questa breve serie distribuita da Netlifx (tanto per cambiare).
Curiosità: la trama mi ricorda abbastanza il mio Khaibit, solo che il libro da me autopubblicato non è comico, è... una cosa seria.


lunedì 6 febbraio 2017

The Expanse

Una serie TV di fantascienza che, anni dopo Battlestar Galactica, prende e convince. Non sembra quasi vero. The Expanse, basata sui romanzi di James Corey (nome collettivo), è una narrazione corale che, in dieci puntate (prima serie, la seconda arriva adesso...), segue le vicende di un intrigo interplanetario talmente insidioso da rischiare la deflagrazione di un conflitto. Pregio e anche iniziale problema per chi deve affrontare questa serie è la vastità dei temi trattati e la relativa complessità della storia: avendo seguito i primi episodi senza regolarità, ammetto di avere fatto una certa fatica a inquadrare la vicenda, anche se non avevo dubbi sulla decisione di volerlo fare, fin dal primo episodio.


L'ambientazione di The Expanse è il sistema solare, con tre principali forze in gioco: i "Belters," ovvero gli abitanti della fascia degli asteroidi, Marte e la Terra.
Con la Terra che, a circa due secoli da oggi, resta il principale riferimento dell'umanità e gli altri a invidiarne l'habitat naturale. I Belters sono a corto di tutto, perfino dell'aria, e vivono in basi spaziali che hanno poco in materia di comfort; perfino il loro corpo si è modificato a causa della bassa gravità. Su Marte forse va un po' meglio (la storia non indugia ancora, ma offre qualche descrizione), comunque si tratta di un pianeta tutto da terraformare. Mentre i Belters sono un'accozzaglia di poveracci con uno strano slang e pericolose tendenze alla ribellione, i Marziani sono disciplinati e militaristi.

sabato 4 febbraio 2017

The Dice Man against Fight Club



[warning: there are SPOILERS here]

About Fight Club I made a discovery, if a discovery it really it is, by reading The Dice Man (by George Cockcroft). Probably only those who, like me, have read both The Dice Man that Fight Club by Chuck Palahniuk, can relate to this. There is a phrase that struck me in the Dice Man, when the main character, breaking the precautionary obligations which he should follow as a therapist, starts giving strange tasks to his own patients. At one point he tells bullies to provoke a fight with a weaker man, but with orders to lose. That's exactly, the order that Tyler Durden in Fight Club gives his loyalists, when he begins to form his strange army of followers. I've thought about that. Two books, both breaking usual patterns, where every page could be unpredictable... but was it just a similarity?

lunedì 30 gennaio 2017

The Dice Man

Questo è un libro di un sacco di anni fa. Nemmeno inerente il fantastico, in effetti. The Dice Man, scritto agli inizi degli anni '70 da George Cockcroft (esce nel 1971 sotto lo pseudonimo Luke Rhinehart, viene tradotto in italiano dopo qualche anno con il titolo L'Uomo Dado e ora L'Uomo dei Dadi), è un'opera di rottura, spregiudicata e originale, ricca di ironia e di provocazioni. Non vi manca un umorismo a volte travolgente.

Per capirla bisogna avere un minimo di capacità di immaginare l'ambiente culturale degli anni '70 e voler macinare qualche termine di psicanalese, perché è qui che inizialmente andiamo a parare. Fatti i necessari sforzi di "contestualizzazione," la storia parte in una maniera tutt'altro che sorprendente: Luke è uno psicanalista con un certo successo, e le persone che frequenta (oltre alla moglie e ai due figli) sono anch'esse psicanalisti: il noiosissimo e prevedibile Jacob Ecstein sposato con la bella Arlene, il dottor Mann, analista di controllo di Luke e personaggio dallo stile e dai modi assai discutibili quando si ingozza al ristorante, l'italiana dottoressa Felloni, che ci viene mostrata come una specie di legnosa zitella che in maniera comica e incongrua parla di perversioni sessuali e organi genitali a ruota libera. Tra queste persone e Luke vi è una amicizia basata sullo svolgere la stessa professione ma allo stesso tempo un sacco di rivalità, palese o sotto traccia.

Luke è in crisi: non riesce a terminare un libro che aveva annunciato già da tempo, è sfiduciato, ritiene che quello che stava scrivendo fosse insignificante, e invidia un po' i successi di Jacob. Ogni idea di recuperare sul lavoro è fuori luogo in quanto Luke è depresso, non si ritrova più nel suo ruolo, ritiene di aver fallito nella missione di restituire felicità e libertà alla vita delle persone. Sia lui, individualmente, che la psicanalisi come teoria.

domenica 29 gennaio 2017

Hokusai, Hiroshige, Utamaro

Ho dimenticato di parlarne prima! E oggi 29 gennaio è l'ultimo giorno, se volete, per visitare la mostra di questi tre artisti giapponesi. Hokusai, Hiroshige, Utamaro. Il "mondo fluttuante" rappresentato nelle stampe - silografie policrome - di questi creatori ci porta in un'epoca in cui si affermava in Giappone una "borghesia" che cercava forme di arte scollegate dall'etica della tradizione. I tre artisti sono vissuti a cavallo tra il settecento e l'ottocento. Giusto prima di quella apertura forzata, per definirla in qualche modo, all'occidente: quando le navi della flotta USA si presentarono e fecero capire in toni poco delicati ma senz'altro molto chiari che il Giappone non poteva restare isolato dal mondo. Evento politico gravido di sanguinose conseguenze, anche se non mi sembra il caso di gettare tutta la colpa sui soliti Yankee.

Alcune delle immagini sono magnifiche, altre molto semplici, l'insieme è qualcosa che vale la pena di vedere. Ci sono anche documentari sulle tecniche per creare queste stampe policrome (intagliare il legno, applicare gli inchiostri, ecc... una serie di operazioni semplici all'apparenza ma tutt'altro che banali). Oggi queste opere fanno parte di quella vasta offerta culturale di un paese che, con tutti i suoi difetti e contraddizioni, ha una enorme presa sull'occidente. Allora l'influenza non fu trascurabile, perché lo stile asciutto e minimalista di queste stampe influenzò i pittori e gli artisti d'Europa.


mercoledì 25 gennaio 2017

Clark Ashton Smith ritorna fra noi...

Dura la vita per chi vuole leggere le opere del grande Clark Ashton Smith: oggi come oggi quelle che a suo tempo vennero tradotte sono generalmente poco reperibili.

Tuttavia, poiché il nostro autore è, nel frattempo, almeno per alcuni titoli diventato di dominio pubblico, Davide Mana si è premurato di far uscire alcune traduzioni in formato digitale. Racconti già usciti: The Beast of Averoigne e The Maker of Gargoyles.

Nelle prossime settimane dovremmo vedere anche due dei racconti dell'universo di Zothique (il mondo fantasy più affascinante creato da Clark Ashton Smith, in pratica l'ultimo continente abitabile della Terra nel futuro): L'Impero dei Negromanti e L'Isola dei Torturatori.
Buona lettura...

martedì 24 gennaio 2017

The Aeronaut Windlass

Jim Butcher, autore di successo, firma questa nuova serie che mescola elementi fantascientifici a un pizzico, forse, di magia, in un'ambientazione steampunk dove gloriose navi solcano il cielo tra... città che fluttuano in quota nell'aria. Proprio così: il libro è The Aeronaut Windlass, libro 1 del ciclo The Cinder Spires. L'ambientazione, nello steampunk, genere che vive moltissimo di atmosfere, è della più grande importanza: e infatti abbiamo con questo libro la costruzione di un mondo immaginario ben dettagliato. L'umanità gode dell'eredità di un popolo dimenticato, i costruttori, che hanno costruito delle città galleggianti nell'aria, per mezzo di una misteriosa sostanza che le sostiene.

Le "Spire," termine che non so bene come rendere in italiano (pinnacoli? guglie?), sono come immensi palazzi di pietra suddivisi per vari livelli, cui sono stati aggiunti edifici, moli, piataforme in legno per adattare lo spazio ai vari usi; il cibo vi è prodotto per mezzo di celle idroponiche e i contatti con la superficie del pianeta sono ridotti al minimo: il suolo umido, caldo e sudicio, pieno di bestie repellenti e pericolose è infatti temuto e schifato dalle persone. Va da sé che il legno, di conseguenza, è un preziosissimo materiale di costruzione, relativamente raro. L'aria è nebbiosa, e la gente conosce poco le altitudini dove il sole si vede liberamente, e la superficie, come ho già accennato; ognuna delle Spire è di fatto una città, e Albion, una specie di Gran Bretagna che domina l'aria anziché il mare, è il luogo dove si svolge la nostra storia.

martedì 17 gennaio 2017

The OA

Altro appuntamento con le serie TV. The OA è una serie comparsa su Netflix creando subito curiosità e sorpresa, soprattutto per la difficoltà di catalogarla. I creatori sono due stelle emergenti del cinema indipendente: la statunitense Brit Marling, attrice e produttrice, e Zal Batmanglij, regista francese di origine iraniana. Brit Marling è una ragazza di buona o ottima famiglia che di punto in bianco ha deciso di mollare gli studi (finanza) e fare l'attrice, e poi di creare le proprie storie; Zal, regista, è suo collaboratore da tempo.



La storia si snoda attorno alle vicende incredibili di Prairie Johnson, interpretata dalla Marling, una ragazza che ricompare anni dopo essere scomparsa. Prairie era cieca ma adesso può vedere, non sembra particolarmente sconvolta da quello che le è accaduto però non ne parla, e fa delle cose strane. Mentre tutti si chiedono se sia rimasta traumatizzata dall'esperienza del sequestro o se stia impazzendo, lei sembra perseguire con razionalità un obiettivo che nessuno capisce. Raduna un gruppo di personaggi assai diversi fra loro, disposti a seguire la sua storia, e si incontra periodicamente con loro in una casa mai finita di costruire, iniziando la sua narrazione.

In effetti dietro a questo c'è una premessa piuttosto sinistra della storia, di cui avevo sentito dire qualcosa ma che è difficile da comprendere se non si guarda la serie. Proverò a spiegare qualcosa, avvertendo che ci sono delle anticipazioni della trama a partire dal paragrafo che segue, e che se dovete ancora vederla, il fatto di non sapere di cosa si stia parlando costituisce molto del piacere di seguire questa vicenda, almeno all'inizio.