giovedì 21 settembre 2017

Death Note

Death Note è un manga (ovvero un fumetto giapponese), una serie di anime (che a casa nostra si chiamano cartoni animati), un certo numero di film (sempre giapponesi tre di essi, se la notizia che traggo da Wikipedia è corretta, ma non manca un adattamento cinese). E infine un film di marca USA. Parlerò di quest'ultimo, anticipando alcuni elementi della trama. Paragoni non ne faccio... tempo fa ho visto alcuni episodi della serie anime, che mi erano parsi disegnati in maniera poco piacevole e con un ritmo un po' lento, e per un motivo o per l'altro non ero andato avanti (del resto ci sono PARECCHI episodi). Comunque è troppo poco per farmi un'idea di come la faccenda si sviluppasse nel mondo del Sol Levante. Pertanto se il film yankee sia una buona interpretazione della storia originale è faccenda su cui non posso dare un'opinione... ma del resto non mi interessa farlo.


Mi basterebbe in effetti un film carino di suo, se poi non è fedele al suo mondo di riferimento amen. Tutto sommato non mi è dispiaciuto questo Death Note, ma andiamo con ordine...

domenica 17 settembre 2017

La mostra sugli anni '80

Presso il Wow Spazio Fumetto di Milano (Viale Campania 12, sull'area dell'ex deposito dei mezzi pubblici ed ex fabbrica Motta) è ancora possibile per alcuni giorni visitare la mostra sugli anni ottanta. In contemporanea c'è anche un'esposizione delle tavole di Jack Kirby, un disegnatore Marvel degli anni d'oro.


Gli anni ottanta sono una memoria gloriosa per molte persone. In effetti queste mitizzazioni mi danno molto da riflettere perché sono basate su fattori per lo più superficiali: che musica si ascoltava, che film, divertimenti, eventi sportivi hanno segnato l'epoca. Non è che io non dia importanza a queste cose, ma credo anche che ogni persona che c'era abbia avuto i "suoi" anni (ottanta, novanta, ecc...) con problemi privati e momenti belli privati, e c'entri fino a un certo punto la patina pubblica degli eventi che hanno colorato un'epoca. Ma forse penso così perché io, con il mio carattere cupo e la mia misantropia, non ho amato particolarmente gli anni ottanta, se li intendiamo come molti li vogliono intendere, ovvero come epoca di facile divertimento, ottimismo e semplicità.

venerdì 15 settembre 2017

Riga

Poche vacanze, quest'anno, per via di tutta una serie di vicissitudini. Ho scelto come meta Riga, capitale della Lettonia, una nazione giovane dalla storia molto travagliata. Il viaggio in pratica ha preso buona parte del tempo. Poiché avevo solo 3 pernottamenti a mia disposizione ho volato con pochissima zavorra, sfruttando la possibilità di portare un "bagaglio a mano" comunque ragguardevole, misure 55x40x20, sul mio volo low cost. È stata una prima volta per un volo con Ryanair da Bergamo (anche se non il primo volo a "basso costo") e dopo pochi giorni già le regole sono cambiate, non puoi più portarti il bagaglio a mano da mettere nella cappelliera e anche una piccola borsa da tenere con te. Una delle due, e basta. Dovrò studiare la questione perché così lo spazio diventa davvero molto poco.
Il ritorno, sempre con compagnie "low cost," è stato un trauma perché volando con uno scalo tra controlli al metal detector, attese inutili passate a leggere libri e annoiarsi e via dicendo, praticamente è partita una giornata intera. Volare è sempre più una rottura di scatole, ma le alternative, con queste distanze, sono comunque poco attraenti.

La Statua della Libertà. Anni '30. La libertà la perse subito e dovette aspettare molti anni per riottenerla.


Sì, perché Riga è lontana. Oltre 1.600 Km da Milano in linea d'aria. Sono partito con il caldo, nonostante quei temporali che improvvisamente hanno abbassato le temperature ai primi di settembre, e mi sono trovato ad affrontare una temperatura che, portandosi sotto la media stagionale del luogo, è scesa anche sotto i dieci gradi (non è mancata una mezza giornata di pioggia). Pertanto regola numero uno: a latitudini scandinave l'estate e sempre un'ipotesi.

domenica 10 settembre 2017

E intanto su Netflix e zone collegate...

Un giorno dovrò sforzarmi di più di capire cosa rende interessanti le serie televisive. Ovvero cosa fa scattare quel meccanismo per cui una la divori, o comunque ti fai un punto fermo di terminarla, e un'altra la dimentichi dopo una puntata o due, senza quasi rendertene conto. Ovviamente parlo per me, ma sento in giro che per moltissima gente è la stessa cosa.

Un fatto è certo. Una serie è un grosso investimento di tempo, per cui è cosa buona e giusta lasciare perdere quando annoia o non convince. L'ho fatto con Sons of Anarchy nonostante fossi arrivato alla quinta serie: ripetitivo con troppi ammazzamenti e destini atroci, roba che ci si chiede perché questi poveracci dei protagonisti non si rendano conto che stanno giocando a un gioco troppo duro per loro. Ero affezionato alla serie ma alla fine la noia è intervenuta e ha avuto la meglio.

American Gods (Amazon Prime) l'ho vista fino alla fine. Ho faticato un po'. Ha momenti artistici, o anche scene che ti fanno morire dal ridere, così come lunghi periodi soporiferi. Chi era interessato probabilmente l'ha già finita da un pezzo, se non avete Amazon Prime o non l'avete comunque ancora vista consiglio di farci un pensierino.

The Defenders, quella sui supereroi Marvel, m'è crollata al primo episodio. Non avendo terminato nessuna delle quattro (quattro?) serie da cui traeva origine, non mi meraviglio.

Il protagonista di The Ozarks davanti al cadavere di un suo nemico (uno dei tanti)

La seconda serie di The Expanse parte già forte e mi sento di consigliarla, anzi credo che sia tra la fantascienza migliore che ci sia in giro in questo periodo.

Passando poi alle serie TV dove la droga la fa da padrona, noto con sgomento che hanno su di me una attrazione malsana. Non so davvero spiegarmi, visto che reputo il mondo degli spacciatori e dei narcotrafficanti una delle cose più repellenti sulla Terra. Eppure mi è piaciuta moltissimo la serie Breaking Bad (Gomorra non l'ho vista) e le prime due stagioni di Narcos. Quanto a quest'ultima, sorpresa: la terza serie parte lenta, noiosa, tediosamente complessa. Non sembra replicare il successo delle prime due e in effetti i personaggi non sono più gli stessi (visto che è caduto l'impero di Pablo Escobar). Legata alla droga ma più improntata al tema del riciclaggio del denaro sporco è The Ozarks, dove un consulente finanziario si trova costretto a costruire dal nulla un impero in un luogo molto particolare, e in situazionidi enorme stress. Un fattore che regge la serie è la razionalità del protagonista, che gira disarmato in mezzo alla gente più allucinante e deve alla sua mente limpida e rapida le soluzioni che gli permettono di restar vivo (lui e famiglia).
E poi c'è Weeds, dove al mondo della borghesia suburbana USA si incrocia il peggiore cinismo e l'immoralità più disinvolta, con la storia di una vedova che per fare quadrare i conti diventa spacciatrice in ambienti di perbenisti.

La mia speranza in questi giorni è che The Expanse confermi le impressioni che mi aveva dato la prima serie. Se avete Netflix, consiglio vivamente.

giovedì 7 settembre 2017

Invasione Anno Zero

Il libro è il primo di una classica e lunga serie della fantascienza. Dal momento che io sono scettico sui romanzi storici (in questo caso siamo nell'ucronia, ma sempre con una forte componente storica) è andata a finire che per un sacco di tempo non l'ho letto, sebbene fossi anche un po' curioso. La Seconda Guerra Mondiale è un argomento che conosco abbastanza bene e mal sopporterei vederla trattare male. D'altra parte l'autore, Harry Turtledove, è uno notoriamente molto preparato: la sua storia se l'è studiata.

Perciò alla fine mi sono letto Invasione: Anno Zero, e ho trovato una discreta soddisfazione, tanto che ho divorato in pochi giorni un tomo di dimensione abbastanza ragguardevole.
La Storia. Con qualche anticipazione. Come (quasi) tutti sapranno, Turtledove immagina nella sua ucronia che degli alieni invadano la terra nel bel mezzo della Seconda Guerra Mondiale, per essere più precisi nei primi mesi del 1942, sbarcando dallo spazio in vari luoghi, e prendendo il potere molto rapidamente in alcune zone (diciamo all'incirca il sud del mondo o buona parte di esso, ma anche l'Italia che anziché combattere accetta un compromesso), ma senza riuscire a farla finita con la resistenza dei terrestri.
Negli Stati Uniti e in Polonia, nonché in Russia e Cina, gli alieni hanno grandi successi ma non definitivi, pur assestando duri colpi alle armate Giapponesi, Sovietiche, USA e Tedesche. Giappone e Gran Bretagna non vengono invasi. Comincia una dura guerra, di cui vedremo nel libro più o meno un anno. Per sfuggire allo sterminio per mano tedesca, gli Ebrei di Varsavia si schierano (inizialmente) con gli invasori.

giovedì 31 agosto 2017

Dunkirk

Christopher Nolan si cimenta nel colossal bellico e ne approfitta per introdurre il suo stile cinematografico, sempre un po' contorto, anche nella narrazione di un evento come l'evacuazione di Dunkerque... visto che è una località francese, chiamiamola per una volta con il suo nome. Il titolo del film ovviamente anche nel nostro paese prende la dizione anglofona, e perciò abbiamo Dunkirk.

Il film non si perde in premesse, salvo qualche scritta all'inizio. Se non sapete cosa è successo, informatevi prima o dopo (il film, come al solito, non è una molto fedele ricostruzione degli eventi storici). Gli avvenimenti che ci vengono mostrati si riferiscono a teatri d'operazione differenti, sebbene collegati alla battaglia, e hanno tempi differenti. Perciò si alterneranno scene riguardanti i moli con i soldati in cerca di scampo, e queste vicende dureranno diversi giorni, con una missione da parte di tre aerei britannici che rappresenta un'ora di tempo, e un viaggio di salvataggio intrapreso da un anziano signore con la sua imbarcazione privata assieme al figlio e a un altro ragazzo, faccenda che dura una giornata circa. Quindi attenzione, il tempo non lineare di Christopher Nolan è in agguato ancora una volta.

lunedì 28 agosto 2017

Underworld: Blood Wars

Arrivati a questo punto è impossibile tenere in ordine nella propria testa le evoluzioni dell'universo narrativo di Underworld, anche perché ha poco senso farlo, data la scarsa coerenza narrativa. In Underworld Awakening avevamo la scoperta da parte della gente "normale" dell'esistenza di Vampiri e Lycan, e una caccia per eliminarli definitivamente. Ora, in Underworld: Blood Wars, diretto da Anna Foerster, i Vampiri ci sono ancora a casate intere e stanno di nuovo nei loro graziosi castelli a mettersi in pose eleganti mentre i loro avversari Lycans, agghindati a metà tra il motociclista e lo scaricatore di porto, meditano una nuova guerra.

Ovviamente c'è di nuovo Kate Beckinsale, che ha giurato cento volte di piantarla con Underworld e le tutine in latex ma forse non trova meglio da fare. Il suo personaggio, Selene, è odiato da entrambe le fazioni, ma Marius (Tobias Menzies, che fece la parte di Bruto in Rome), il leader dei Lycans, desidera catturarla per scoprire dov'è la figlia, Eve, l'ibrido perfetto fra le due razze, il cui sangue potrebbe essere usato per creare dei super guerrieri.

martedì 22 agosto 2017

Come finirà il capitalismo

Qualche tempo fa abbiamo visto il futuro secondo la visione di Jacques Attali (e se non avete tempo di rileggervi il post, era un futuro abbastanza orrendo, e che purtroppo si sta avverando). Parliamo adesso di Wolgang Streeck e delle sue riflessioni sul capitalismo.
La crisi del 2008 ha segnato un punto di non ritorno, dove l'economia è stata definitivamente ammazzata da un parassita, il capitalismo finanziario, che è troppo forte per essere corretto da altre forze sociali in una normale dialettica economica e politica, e troppo amorale per riconoscere i suoi errori e fare un passo indietro. Di fatto però, con una economia che non si riprende e che viene drogata di sussidi dalle banche centrali, è evidente che il giocattolo è rotto.

Nel suo Come Finirà il Capitalismo? il professore Wolfgang Streeck (sociologo ed economista) si interroga sulle prospettiva future del nostro sistema socio economico ponendosi soprattutto la domanda se il capitalismo sia arrivato alla fine, e cosa lo eliminerà definitivamente.

lunedì 14 agosto 2017

Pantheon

Parliamo di un fantasy abbastanza semplice, ma con qualche aspetto originale. Lo scrittore è Scott Becknam, statunitense e, a giudicare dalla foto su Amazon, giovane. Il libro è Pantheon. La storia a dir la verità si apre con una sequenza di eventi che si comprendono poco, venendo spiegati finalmente quando il protagonista, il giovane Lars, raggiunge la civiltà e ha modo di parlare con altri. Anticiperò qualcosina per spiegare questo libro, ma non tanto da rovinarvi una eventuale lettura.

Quello che sappiamo del protagonista è che vive nel deserto, solo con la madre, ma non appartiene alle tribù del luogo e non ne condivide la cultura, anzi non ci ha proprio a che fare, praticamente. I suoi unici vicini sono degli umanoidi dall'aspetto di rettili, nemici giurati che è sempre stato necessario tenere a bada. La madre di Lars all'inizio della narrazione è appena venuta a mancare, lasciandogli un anello e una strana bussola, e una missione da compiere: raggiungere la famiglia in una città lontana. Lars deve cremare la madre poiché i lucertoloni se la mangerebbero, dopo di che si allontana rapidamente, sia per completare la sua missione sia perché probabilmente finirebbe male se rimanesse in quel luogo (viene risparmiato proprio perché cede la sua caverna ai nuovi padroni). Praticamente a digiuno delle cose del mondo civilizzato, Lars si mette in viaggio.

sabato 12 agosto 2017

L'Atomica di Ciccio Pasticcio (morire per Guam? A Ferragosto?).

 Ciccio Pasticcio e il suo faccione sempre contento

Stiamo per morire travolti dall'olocausto nucleare? In questa strana estate 2017 la gente mi sembra più interessata ad andare in vacanza, per quanto il livello di scontro si sia fatto piuttosto acceso tra la Corea del Nord di Kim Jong-un e gli Stati Uniti di Trump. Proviamo a farci qualche domanda...

È difficile che qualcuno voglia veramente la guerra, tanto meno la guerra atomica. Il problema è che le minacce di Ciccio Pasticcio sono sempre molto enfatiche (distruggo questo, anniento quell'altro) ma non ridicole come quelle di un tirannucolo sudamericano o africano qualsiasi, perché la Corea del Nord ha la bomba atomica. Insomma non si possono trascurare quelle minacce con una risata, creano tensione nell'area, sia per quanto riguarda gli USA che i loro alleati locali. Spingono gli Stati Uniti a dover studiare delle contromisure sia come "posa" da mettere in atto (perché in Asia orientale non puoi "perdere la faccia") sia come rimedi concreti da studiare.

Nessun rimedio è in realtà una opzione piacevole. Dal momento che ogni tanto alle minacce verbali si aggiungono anche le scaramucce di confine, non fare niente e lasciare che i bluff di Ciccio Pasticcio si chiamino da soli vuol comunque dire permettere all'avversario di mettere sotto pressione la fazione occidentale nell'area. A Washington possono dire "tanto in fondo sono solo le solite fesserie," possono dirlo anche in Europa, ma difficilmente la stessa serenità si potrebbe trovare in Corea del Sud o in Giappone.
Fare la faccia feroce, come sta facendo in questi giorni Donald Trump, rischia di diventare una pessima figura se il gigante americano poi non facesse niente, trasformandosi in una "tigre di carta." E ovviamente attaccare per davvero la Corea del Nord può essere la soluzione più amara e sanguinosa di tutte.
Difficilmente l'esercito nordcoreano accoglierebbe i liberatori a braccia aperte. Quale che sia la tenuta ideologica della Corea del Nord (presumo scarsa) il paese è retto col pugno di ferro, la gente sarebbe obbligata a combattere, e forse lo farebbe volentieri, tanto più se comparissero sul fronte truppe "bianche." E poi cosa farebbe la Cina?

C'è poi la duplicità cinese da tenere in considerazione. La Cina è il principale sostegno economico (alimentare, energetico, ecc...) della Corea del Nord, anche se ciò non significa che sia in grado di controllare al 100% quello che Ciccio Pasticcio fa. Ogni tanto il governo cinese fa pressioni o applica qualche sanzione, ma si è dimostrato assai indifferente alle pressioni statunitensi per mettere una pezza alla situazione attuale.
Il problema è che, secondo me, quello che Kim Jong-un fa può magari essere motivato da ragioni interne (stabilizzare la propria leadership e non cadere in mano ai militari, anche se forse potrebbe esserci già caduto) ma sta benissimo alla Cina, che beneficia di ogni problema che gli USA possano avere nell'area.



Esiste una partita immensa nell'area, il controllo del Mar Cinese Meridionale. La Cina ha costruito basi, e a volte ha letteralmente creato delle isole, cementificando piccoli scogli, per racchiudere una immensa area marittima ricca di risorse, e reclamarne l'uso esclusivo. A quelle acque ritengono di avere diritto anche gli altri paesi dell'area, che però sono piuttosto riluttanti all'idea di far esplodere questa contesa. L'unico ostacolo, in fin dei conti, sono gli USA, che però si limitano a farsi vedere in zona con qualche nave. Con la Corea del Nord, la Cina ha un ottimo "proxy" aggressivo e veramente pericoloso per spingere gli USA a perdere la faccia, e presumibilmente i paesi dell'area (Filippine, Corea del Sud, lo stesso Giappone, nonché il Vietnam che si era clamorosamente riavvicinato agli USA) a riconoscere la supremazia cinese e non ostacolarne più le ambizioni territoriali.

La Cina è una potenza piuttosto prudente, come carattere nazionale, e si tiene (apparentemente) ai margini di una vicenda da cui potrebbe  grande profitto. Ma allo stesso tempo, poiché non vuole una Corea unificata sotto il governo del Sud, è comunque obbligata a sostenere Ciccio Pasticcio o un suo sostituto se le cose dovessero precipitare. Da una parte c'è da pensare che questa sia una partita lunga, dall'altra se gli USA la piantassero di ossessionarsi con la Russia e decidessero che è ora di fare qualcosa di concreto da queste parti, dovranno pesare bene le loro mosse, perché attaccare la Corea del Nord significa mettere piede su una piccola polveriera, che potrebbe farne esplodere una molto più grande. I Cinesi hanno creato un sistema "furbo" per mettere sotto pressione gli USA, ma non sono certi al 100% che la faccenda non abbia una escalation se gli USA perdessero la pazienza.

Peraltro, mi sbaglierò, ma qui mi sembra che siamo a un punto cruciale della lotta per il predominio nel mondo. Se gli USA non mettono un freno ai loro nemici/rivali nell'area, adesso o entro i prossimi pochi anni, praticamente abdicano al ruolo di superpotenza globale che tanto amano.

Insomma, magari non sarà questa la volta buona, ma nell'estremo oriente esistono i presupposti per l'esplosione di un macello di grandissime dimensioni.




lunedì 7 agosto 2017

Abbiamo vinto?

Domanda che circola tra blogger e social network, già da un po'. Non mi ricordo da dove è partita la cosa, chi ha posto la questione per primo. In pratica, visto che una volta si era marginalizzati e oggi invece il fantastico dilaga dappertutto, quelli che lo amano, i "nerd," gli appassionati, possono dire di aver vinto la sfida di affermarsi ed essere accettati? Siamo sdoganati?
Tra cosplayer, orde di giocatori di videogame e GDR, tanti seguaci appassionati delle serie TV e dei film di genere, insomma, abbiamo vinto?

lunedì 31 luglio 2017

USS Indianapolis

Dico subito che il faccione di Nicolas Cage che campeggia sul manifesto su questo film è stato un deterrente forte, ma ero curioso e quindi sono andato a vedermelo.
Il buon Cage prende i panni del comandante McVay, sopravvissuto a un tragico affondamento verso la fine della Seconda Guerra Mondiale, e poi tramutato in capro espiatorio per coprire i grossolani errori che comportarono un forte ritardo nei soccorsi. La nave è l'incrociatore Indianapolis del titolo, che fu impegnata in una missione segreta per trasportare alcuni componenti della bomba atomica, la prima, quella lanciata su Hiroshima.


Per parlare un po' del fatto storico: dopo l'importante consegna, la nave ritorna a compiere le sue ordinarie missioni che dovevano portarla prima a una base USA e poi di nuovo verso il fronte. Il film mette molta enfasi sul fatto che l'Indianapolis aveva navigato senza la scorta perché "in missione segreta" ma quando l'incrociatore fu affondato in effetti era tornato alla sua routine, e stava navigando verso le Filippine dove ci sarebbe stato un periodo di addestramento per le nuove leve che aveva imbarcato. La scorta non c'era per il semplice fatto che i Giapponesi in quella fase della guerra erano in grado di infliggere pochi danni.

Ovviamente le cose andarono male: il sommergibile I-58 era proprio in cerca di prede lungo il tragitto. Il comandante Hashimoto, uno che per la maggior parte della guerra aveva sguazzato in acque tranquille attorno al Giappone, non si era segnalato nemmeno in questa missione, finora. Aveva lanciato alcuni attacchi inefficaci altrove, usando anche i Kaiten, siluri guidati da piloti suicidi. Di fatto l'unica nave che riuscì ad affondare fu L'Indianapolis, che si presentò così a breve distanza che non c'era la possibilità di mancarla: pertanto Hashimoto la eliminò con una nutrita salva di siluri ordinari. Una serie di incredibili trascuratezze ed errori di comunicazione fece sì che passassero alcuni giorni prima che l'equipaggio dell'incrociatore venisse soccorso, per cui di 1.196 uomini alla fine solo 317 si salvarono (300 circa erano morti subito, nell'attacco del sommergibile giapponese).

venerdì 28 luglio 2017

Black Sea

Gli abissi mi hanno fatto sempre orrore, anche quando il tema del film non è quello. Black Sea, del 2015 non è un horror però è un film che molto gioca sul timore dell'abisso, e dell'ambiente claustrofobico dei sommergibili. Di interessante ha anche un'altra cosa: un paio di attori che mi piacciono. Uno è il famoso Jude Law (tra i tanti ruoli, è un celebre cecchino russo nel film Il Nemico alle Porte), l'altro è Bob Mendelsohn, un personaggio pericoloso in questo film, e (tra l'altro) il cattivo di Rogue One: a Star Wars Story. E altri attori bravi, in un film di grande tensione.



Black Sea punta su una quantità di ossessioni, ma andiamo con ordine. Robinson (Jude Law), uomo che ha lavorato per una vita sui sommergibili e ha sacrificato la famiglia per via dei lunghi turni in mare, viene licenziato dalla società per cui lavora, così come altri brizzolati veterani del mare. Da uno di essi viene a sapere una vecchia storia, un U-boot tedesco affondato nel Mar Nero mentre portava in Germania dell'oro che Stalin aveva prestato a Hitler (prima che fra Russi e Tedeschi le cose precipitassero).

martedì 25 luglio 2017

Piccolo e grande schermo

Traggo spunto da un articolo su Indiewire.com per parlare di una opinione (è quella del regista Christopher Nolan) sulle differenze tra grande e piccolo schermo.
Nolan, criticando la politica di Netflix, dice che è suicida, soprattutto per il "vero" cinema, ovvero quello sul grande schermo: "Hanno una insensata politica di presentarsi simultaneamente con lo streaming e nelle sale, ovviamente un modello insostenibile per il cinema... credo stiano perdendo una grossa opportunità."

Per contro, Amazon (intendendo qui Amazon Prime) non fa lo stesso errrore, lasciando un gap di 90 giorni fra la comparsa al cinema di un film e quella sul piccolo schermo. Questo il suo parere.
Nolan, il cui film Dunkirk sta per arrivare alle sale, è chiaramente un regista votato al cinema, l'unica piattaforma che gli interessi veramente e che possa offrire allo spettatore una vera immersione nella scena.

Può darsi che Nolan abbia ragione, e certamente l'esperienza cinematografica è la migliore, salvo quando non ci sia un sovraffollamento di pubblico cafone che te la rovina, il che avviene più spesso di quanto vorrei. Poi ci sono anche altri problemi legati alla competizione per le sale cinematografiche, a quanto pare si tratta di una risorsa limitata... ricordo comunque le polemiche quando il film di Steven Spielberg Warhorse, un film non inteso per i memorabili incassi ma, diciamo, per l'arte, rischiò di non uscire nemmeno in sala. Allora: sì, i film dovrebbero sempre uscire sul grande schermo ma le grandi produzioni, quei film spesso semplici o semplificati per il grande pubblico e il grande incasso (quelli che li vedi sul serio e in versione completa solo in DVD o Blu Ray), hanno bisogno di tutti gli schermi che esistono.

giovedì 20 luglio 2017

E mi ripescai Rogue One

Non sono un fan di Guerre Stellari (non c'entra, ma sono pure abbastanza vecchio perché mi venga più immediato questo nome anziché Star Wars) e i film li ho visti quando capita, solo qualcuno (uno o due?) al cinema. Pertanto Rogue One è rimasto nel dimenticatoio per molto tempo, fino a che me lo ha proposto un sito di streaming (legale e a pagamento, ragazzi, non fate quella faccia lì).

Ovviamente il maggiore fattore di curiosità di questo film è il fatto che sia uno (il primo di diversi, presumibilmente) spin-off dell'universo Star Wars. Ovvero un film che fa parte dello stesso mondo e che segue le stesse vicende, ma con protagonisti diversi: in questo caso i principali protagonisti hanno solo parti marginali (La principessa Leila ovvero Carrie Fisher ritorna giovane, e viva, grazie alla computer grafica). Che questo film crei personaggi che s'impongano poi nel filone principale di Star Wars non è possibile per il semplice fatto che [avete visto tutti il film, immagino, comunque questo può essere considerato uno SPOILER, e ce ne saranno ancora] nessuno dei principali protagonisti sopravvive per vedersela un altro giorno. Proprio così. Il film narra la storia di coloro che sacrificando la vita rubano i piani della Morte Nera, la super arma dell'Impero dei cattivi, piani che sono importanti perché il progettista, un riluttante ingegnere costretto a lavorare per l'Impero, vi ha inserito un difetto che può essere sfruttato. In pratica gli eventi di Rogue One precedono di poco, e sono collegati con, quelli narrati nel primo film che uscì negli ormai lontani anni '70 del XX secolo. La terribile arma è la Morte Nera.

venerdì 14 luglio 2017

Little, Big

Scrivere questo post è un lavoro doppiamente ingrato. Innanzitutto perché l'argomento merita, ma siamo nel pieno della canicola, nei mesi centrali dell'estate, e la già modesta affluenza del blog scema a livelli veramente impressionanti (e preoccupanti), e in secondo luogo perché Little, Big, di John Crowley, è un libro di cui non è semplice parlare. Tanto per cominciare perché ha uno stile e uno svolgersi della trama che rende quasi impossibile raccontarla, nel senso che conta molto più il "come" le cose vengono dette rispetto ai fatti in sé.

Fuorviante è anche il collocamento di questa storia fantasy in tempi moderni, con addirittura una deviazione futuribile dal corso della storia in una specie di distopica oppressione in arrivo. Little, Big infatti non è un urban fantasy, non è una distopia per "giovani adulti" (quei libri, non di rado orrendi, che vanno tanto di moda). Uscito nel 1981, questo libro difficilmente può seguire le mode di oggi. Ha meritatamente vinto nel 1982 il World Fantasy Award, e questo rende ancora più triste il fatto che non sia tradotto in italiano (e, purtroppo questo blog ultimamente parla sempre più di libri o fumetti che nella nostra lingua sono irreperibili, e me ne dispiace).

Come sottotitolo Little, Big ha the Fairies' Parliament, ovvero il concilio delle fate, o qualcosa del genere. E ci sono forze fatate all'opera in questa storia, solo che vediamo solo molto raramente esseri fatati in azione, anche se gli umani coinvolti nella storia spesso hanno strani poteri, o subiscono bizzarre metamorfosi.

venerdì 7 luglio 2017

Avengers: Age of Ultron

Questo film supereroistico me lo ero risparmiato nel periodo in cui era uscito al cinema, e l'ho recuperato molto più tardi. Nella serie di film che crea l'universo Marvel, Avengers: Age of Ultron forse rappresenta un qualche momento importante, ma dopo i primi film, stancatomi del formato e della formula, il mio interesse alla faccenda è diventato prossimo a zero. O meglio... capitasse qualcosa di interesante (come il primo Iron Man, per intenderci) correrei ancora al cinema, ma non è il caso con questo film.

Va comunque riconosciuto a questa pellicola, diretta da Joss Whedon, di aver sfatato ancora una volta quelli che ritenevano prossima l'estinzione del genere supereroistico. Anche io sono del parere che fra un po' questi film saranno dei ferrivecchi, ma per il momento gli incassi spaziali sono garantiti (il datto di Wikipedia: oltre un miliardo e quattrocento milioni). Riuscito è anche lo sforzo di giostrare un numero di personaggi così grande (e sono tutti supereroi, nessuno è secondario) e dare a ciascuno il proprio momento di gloria e di importanza - magari qualcuno più di altri. Insomma, come il primo Avengers, il prodotto è riuscito decisamente bene.

Quello che a me non è piaciuto è la superficialità con cui sono state gestite le tematiche complesse che potevano essere sviscerate data la natura di Ultron e del pericolo che rappresenta, i gemelli Maximoff e il loro doppio tradimento... Anche quando il supereroe di turno comincia ad avere qualche superproblema, la semplificazione è d'obbligo. Spettacolare comunque, è ovvio, il macello che viene fatto di una ipotetica città dell'est europeo, grandi effetti speciali, eccetera. Chissà se il prossimo della lista me lo vedo...


mercoledì 5 luglio 2017

Les Guerrièrers de Troy

Troy è un mondo fantasy dalla storia complessa, che si snoda in secoli e secoli di eventi e ambientazioni diverse: di Lanfeust di Troy, il personaggio più rappresentativo di questo universo fumettistico (che è approdato anche ai cartoni animati, ai GDR ecc...), ho parlato ad esempio qui.
Quest'altra lettura, nata dai miei acquisti vacanzieri dell'anno scorso, ci porta alle guerriere di Troy (titolo francofono: Les Guerrières de Troy, se esiste una versione italiana? Credo proprio di no, quindi attenzione stiamo parlando di un fumetto in lingua francese...). Gli autori sono Arleston e Melanyn (storia), Dany (disegno e colori).

L'epoca delle Guerriere si colloca secoli e secoli prima delle storie di Lanfeust. Il primo volume si apre con una battaglia navale, che vede da ambo le parti la presenza di una feroce mercenaria semi discinta. Quella che difende i mercanti è Lynche, snella e coi capelli argentei, quella che sta coi pirati è una polposa rossa che risponde al nome di Raya: fa sfoggio di sé sulla copertina qui a fianco. La battaglia finisce bene per i mercanti, che riescono a sfuggire a una trappola e a vincere lo scontro, Raya è infatti costretta a salvarsi a nuoto. Ma non c'è malanimo fra le due fanciulle, perché stanno soltando facendo il loro comune mestiere, ovvero le mercenarie (consiste nel combattere e punire malamente, di solito, i maschi che adocchiano le loro forme, ma qualcuno è più fortunato degli altri...).

Quando Raya e Lynche, che hanno lasciato i rispettivi impieghi, si incontrano sulla terraferma, finiscono per partecipare a un'altra strana avventura.

giovedì 29 giugno 2017

Falling Skies

Questa serie TV, su Netflix come tante altre di cui ho parlato, torna sul tema delle invasioni aliene con il beneficio della produzione di Steven Spielberg. La Terra è stata invasa e c'è stato poco da fare per difendersi, come è più o meno solito di questo tipo di produzioni: una tecnologia schiacciante ha ridotto i terrestri a pochi gruppi di fuggitivi che si ostinano a chiamarsi resistenza (combinano abbastanza poco) e alcuni schiavi controllati con un meccanismo piazzato sulla spina dorsale che li rende schiavi: questi asserviti sono tutti ragazzi.


Gli invasori sono delle brutte schifezze a sei zampe, mostri chiamati Skitters, ma hanno anche l'aiuto di un braccio violento e meccanizzato, una specie di Cylon (vedi Battlestar Galactica) chiamati Mech. Questi ultimi sono letali e robusti, e aiutano gli skitters a dare la caccia agli umani rimasti. Le prime puntate (della prima serie) ci presentano il dramma dei giovani prigionieri in primo piano quando Tom Mason, professore di storia e vicecomandante di una unità della resistenza con un sacco di civili a cui badare, viene a scoprire che suo figlio è uno di questi schiavi degli skitters e vuole liberarlo. Non è dello stesso parere il comandante, il vecchio (ma duro) capitano Weaver, che concede poche risorse a Mason per tentare l'azione. In queste prime puntate veniamo anche a scoprire qualcosa sul nemico...

Per quanto riguarda il cast, il protagonista è Noah Wyle nei panni di Mason (si tratta di un attore famoso per un ruolo in ER), tra gli altri attori principali menziono Moon BloodGood (nei panni di un medico, la pediatra Anne Glass) e Colin Cunningham, che interpreta John Pope, leader di una gang che cerca di rubare armi dai soldati della resistenza e ha l'ardire di prendere degli ostaggi.

Falling Skies non è basato su cattive idee. Di fatto, anzi, è meno banale di altre serie TV apocalittiche, nel senso che gli umani studiano i nemici (SPOILER: catturando prigionieri, ad esempio, e facendo congetture sul vero ruolo di Mech e Skitters). Dopo alcuni episodi ho sospeso la visione più che altro perché le vicende si evolvono un po' lentamente.


Un po' mi sono meravigliato. Questa serie ha i numeri, perché non mi ha entusiasmato? A parte il ritmo che come ho detto sopra è un po' lento (altri spettacoli non proprio intelligentissimi, tipo The Walking Dead, per lo meno fanno evolvere la storia abbastanza alla svelta), non mi hanno eccessivamente entusiasmato i cattivi metallici (troppo simili ai Cylon, non tanto fisicamente ma nel senso che quando al sceneggiatura ha bisogno che siano formidabili lo sono, altre volte sembrano un po' scarsi), e forse c'entra anche il fatto che di questo tipo di storie ne abbiamo visti molti. Anche il buon padre di famiglia che deve recuperare il figlio è un inizio di storia che mi è sembrato un po' abusato.

Credo che il cast si possa aggiungere ai fattori che non funzionano al cento per cento, non sono uno di quelli che vogliono il nome di grido a tutti i costi, ma si sente il bisogno di qualche personaggio che riesca a stagliarsi in primo piano.

Tuttavia spero di riprendere la visione perché con Falling Skies abbiamo una trama che, anche se lentamente, cerca di andare da qualche parte. Del resto ne sono state girate cinque stagioni...




venerdì 23 giugno 2017

Too old to GDR, too young to die...

... O almeno speriamo, e mi riferisco alla seconda parte della frase che fa da titolo. Per i non anglofoni, è una "citazione" da un titolo di una canzone famosa (famosa a suo tempo) dei Jethro Tull, e significa: troppo vecchio per il gioco di ruolo (che però dovrebbe avere la sigla RPG, in inglese...), troppo giovane per morire. È così? Esiste un'età in cui sei troppo vecchio per il gioco di ruolo? E se, mettiamo, io mi sono davvero stufato, parlo solo per me o per molti della mia età?

A dire il vero per la maggior parte della gente non succede che a un certo punto uno dichiara "mi sono stancato del GDR." Semplicemente capita che non si gioca più. Perché si ha troppo da fare, ad esempio, in certe fasi della vita in cui lavoro, matrimonio e danni collaterali collegati tolgono a molta gente qualsiasi spiraglio di tempo libero.

Capita però anche che a un certo punto magari il tempo si troverebbe, però si fa qualcos'altro, anche se c'è stato un momento della vita in cui il GDR era l'interesse numero uno. Diciamo che quando si stacca non è così scontato che si riesca a riattaccare con questo hobby, che richiede un gruppo dedicato (e uno dei componenti deve essere capace di fare l'arbitro, e desideroso di farlo) e una quantità non indifferente di tempo libero a scadenze fisse per tutti i partecipanti, insomma un lusso una volta finiti i tempi dello studio e iniziati quelli del lavoro.

martedì 20 giugno 2017

Le Sirene di Gotham City vol. 1

Questa serie a fumetti dovrebbe essere oggetto di un prossimo film supereroistico, quindi m'è venuta la curiosità di darci un'occhiata, anche perché volevo vedere qualcosa di più su un paio di personaggi che conosco molto poco (Harley Quinn, che qui inizialmente non è a rimorchio del Joker, e Poison Ivy). Si tratta di storie di Paul Dini, con la collaborazione di Guillem March, David e Alvaro Lopez. Le Sirene di Gotham City sono tre "cattive" supereroine, Catwoman, Poison Ivy e Harley Quinn, tutte e tre in un periodo di non eccessiva cattiveria: condividono un covo e alcuni problemi in un periodo di grandi stravolgimenti di Gotham City. Batman ad esempio non c'è più. Ma anche Catwoman è indebolita da una serie di disastri che l'hanno quasi uccisa (ciò avviene in storie dell'universo di Gotham City precedenti a questa serie). Insomma vedremo le tre che affrontano insieme i problemi personali di ciascuna e un po' di cose che succedono in città.

Ricomparirà però Batman, e pure il Joker. O forse no, c'è qualcosa di strano in loro? Mi fermo per non anticipare troppo. Questo uno dei temi conduttori di una storia con diversi episodi che vanno in direzioni diverse (capiterà di vedere anche... la famiglia di Harley Quinn). Riuscirà Harley Quinn a resistere al suo folle amore per il Joker, quando lo rivedrà? Queste e altre domande, fondamentalmente, mi hanno eccitato pochissimo, diciamo pure per niente.


Giudizio finale... non fidatevi di me, perché mi occupo solo ogni tanto di supereroi, ma non sono stato colpito né dalle storie né dai disegni. Una sufficienza a queste Sirene di Gotham City la darei, ma non mi ha preso particolarmente.

giovedì 15 giugno 2017

Ogni partita di Dungeons & Dragons che giocate...

La citazione di Marylin Manson (vedi foto) probabilmente la conoscete già, bisogna vedere se è credibile. La frase completa suona così, in italiano: Se ogni sigaretta che fumate sottrae sette minuti alla vostra vita, ogni volta che giocate a Dungeons and Dragons ritarda di sette ore la perdita della vostra verginità. Prendendo il più famoso come esempio per indicare il Gioco di Ruolo in genere, il nostro cantante conferma quindi il motto di saggezza popolare secondo cui il GDR è una delle peggior cose da sfigati che esistano sulla faccia della terra, nel senso che giocarci ti rende sfigato.

Ora, a mio parere il gioco di ruolo può essere un divertimento intellettuale molto raffinato come un pessimo modo di perdere tempo e rimbecillirsi. Ma non per il fatto di rinchiudersi in un mondo immaginario anziché andare a cercare di allaciare una relazione con l'altro sesso... io ce l'ho più con il modo in cui tanti giocano, diventando nella fantasia del GDR una versione prepotente e illimitata di se stessi, a caccia dell'ottimizzazione del proprio personaggio a seconda dei cavilli da sfruttare, a caccia di successo e quattrini, spesso senza alcun freno morale salvo se convenga averne per via di qualche regola, il tutto come se ci fosse qualche cosa di vero da guadagnarci. Una grossa fetta dei giocatori sono così, e, spiacente se suono schizzinoso, non mi piacciono. Anche se certamente chi gioca a questo modo non diventa più intelligente o più pazzo o più cretino con il GDR.

mercoledì 14 giugno 2017

Una recensione

Segnalo con piacere una nuova recensione del mio Khaibit, ad opera di Fabio Crespi, parole interessanti che rivelano una lettura attenta del libro (anche lettura critica, e questo bisogna accettarlo).

M'è piaciuto il giudizio sulla copertina, realizzata da Giordano Efrodini su immagini che avevo raccolto in rete (l'ombra egizia dell'anima più... la periferia milanese).

Immagine inquietante volevo, e immagine inquietante ho avuto...

Se vi interessa leggere un urban fantasy italico, Khaibit è sempre lì che vi aspetta...

giovedì 8 giugno 2017

Gioco di Ruolo, tre (o più) stili

Ci sono mille articoli in giro per la rete sui tipi umani più o meno bizzarri che si trovano nell'ambiente del GDR.
Avrete tutti sentito parlare di avvocati delle regole, power players e via dicendo. Sono stili di gioco che in generale distruggono o rendono molto più povera quella che potrebbe essere l'esperienza del giocatore, e influiscono anche sugli altri giocatori e su chi conduce la sessione. Ma esistono anche delle filosofie di gioco divergenti. e anche su di esse si è sprecata molta carta e molta polemica.

Prendendo spunto da un articolo della Wikipedia, scopriamo che nei GDR abbiamo delle categorie: gamisti (orrida resa maccheronica della parola inglese), simulazionisti e narrativisti. Nota: l'articolo di Wikipedia è molto migliore nella versione in inglese.



A dire il vero non ci sono dei giochi (e raramente dei giocatori) schierati del tutto da una parte. Ma proviamo a vedere cosa significano le categorie. Per farla breve, il gamista prende il GDR come un gioco da tavolo, o un videogame. Si va a cercare di vincere, e si deve badare che le possibilità dei vari giocatori siano bilanciate. Anche gli avversari dovrebbero essere bilanciati, presentando le sfide più pericolose man mano che i giocatori migliorano le proprie abilità. Quindi l'efficienza del personaggio, la funzionalità del gruppo sono molto importanti.
Il simulazionista vorrebbe entrare nel mondo del gioco, vivere e respirare l'ambientazione, curare la coerenza interna e il realismo (inteso come realismo dell'ambientazione, dove sia in contrasto con il nostro quotidiano realismo). Il mondo respira di suo, vi possono avvenire eventi al di là di quello che i giocatori fanno e vedono, e tali eventi potrebbero influenzare il gioco. E se vedete una forte tendenza a simulare con precisione l'effetto di abilità, armi, ecc... probabilmente siete in un GDR simulazionista.
Il narrativista vuole narrare una storia che si intreccia con il background e le motivazioni dei personaggi. I personaggi evolvono grazie alle scelte che compiono, la trama di conseguenza può portare in direzioni non previste. Regolamenti complessi possono essere scartati in favore di una semplice struttura che metta la narrazione (lo "storytelling") in primo piano.

giovedì 1 giugno 2017

Wonder Woman

Le polemiche si sono sprecate prima ancora dell'arrivo di questo film: la Warner Bros è stata accusata di aver voluto ammazzare la nuova Wonder Woman nella culla, uccidendo quindi la possibilità che questo personaggio decollasse e che le attrici (donne) finalmente sfondassero il soffitto di vetro dei ruoli principali e meglio pagati di Hollywood eccetera eccetera. Probabilmente non c'è nessun sabotaggio in corso riguardo al film, salvo magari come è stato fatto, ma giudicate voi. Queste diatribe le metto subito ai margini poiché delle differenze tra gente che è enormemente privilegiata m'interessa abbastanza poco (magari dovrebbe interessarmi di più? ma visto lo stato attuale delle cose...) e per quanto riguarda l'icona femminista, be', ormai da diversi decenni ne è stato fatto qualcosa di molto diverso da come la voleva il suo creatore, quindi mettetevi pure il cuore in pace.
Se volete sapere qualcosa sulla Wonder Woman delle origini, ne approfitto per consigliarvi l'articolo (in verità piuttosto scarno) che scrissi per Fantasy Magazine qualche anno fa.

Due parole le spendo per l'attrice, Gal Gadot, che non mi sembra un'ottima scelta per la parte. Ammetto comunque che non saprei indicarne una migliore (il reboot fallito di qualche anno fa su questo aspetto era anche peggio). E inoltre penso che sarebbe stato comunque impossibile il confronto con Linda Carter, che ha il vantaggio di avere interpretato questo difficile personaggio a lungo, e senza rivali per tutti questi anni.

martedì 30 maggio 2017

Consigli di McCann per aspiranti scrittori

Non so se le liste di consigli per i giovani virgulti desiderosi/e di volgersi allo scrivere abbiano più senso quando sono scritte in inglese, ma questa mi ha incuriosito un po' così ve ne voglio parlare.

Chi dispensa consigli è Column McCann, britannico, giornalista e scrittore.
Il primo può essere già sufficiente a spiazzarci:

Non ci sono regole.
Già, qui nell'ambito degli aspiranti autori del fantastico può sembrare un'eresia, perché tanti cercano la perfezione e perché l'adesione a supposte regole inappellabili è stata a lungo l'arma degli odiatori professionisti che si sono creati una "reputazione" spandendo acredine e letame sul prossimo.


Se non sai scrivere qualcosa di interessante, l'adesione a canoni di lavoro non ti migliorerà per niente. Questo lo dico io. L'articolista McCann dice: al diavolo la grammatica, ma solo se prima sai cos'è. Al diavolo i formalismi, ma se prima li sai usare. All'inferno la trama, ma prima o poi ti conviene far succedere qualcosa.
Questo è un punto di vista espresso in breve e molto importante. Io avevo detto qualcosa di simile per quanto riguarda i manuali di scrittura creativa. Non ti devi sentire paralizzato e schiacciato dalle "regole," ma per muoverti devi sapere quali siano e farti la mano.
Altrimenti il rifiuto delle regole è solo una scusa (poco duratura) per occultare la tua ignoranza.

La prima riga.
Dovrebbe essere coinvolgente, strepitosa, strappare l'attenzione del lettore e convincerlo che ci sia qualcosa di urgentissimo da sapere... Ok, lo si è sentito molte volte: devi iniziare con qualche cosa che acchiappa. Ma l'articolista dà un paio di suggerimenti in più che reputo buoni. Primo, non farti travolgere dall'inizio travolgente. Dopo aver iniziato con forza per tirare il lettore nel tuo mondo, puoi essere più tranquillo nello svolgere la storia, presentare il tuo mondo.
Secondo: non è mica detto che l'incipit acchiappa-lettore sia la prima cosa che ti viene perfetta al primo colpo. Forse ne scoprirai uno che funziona davvero bene più avanti, e lo riscriverai da capo.

Non scrivere di ciò che sai.
Questa è eretica! McCann dice: scrivi di quello che non sai ma vorresti sapere. Lo scrittore è un esploratore, che guarda al di fuori di quello che è e di quello che sa. Segue un trafiletto molto convincente e commovente (leggetelo!), che condivido almeno in parte. Lo "scrivere di ciò che sai" per me è comunque perdente in partenza, una cosa che limiterebbe moltissimo il campo d'azione di uno scrittore.

Il terrore del foglio bianco.
È una scusa troppo facile. Perché alla prima difficoltà ci si perde a controllare la posta elettronica, ad andare su internet, ecc... Prima di dire di avere la sindrome del foglio bianco bisogna stare lì, senza pensare ad altro, per un certo tempo.

La creazione di personaggi.
Perfettamente d'accordo con McCann. Arrivare a conoscerli alla perfezione come se fossero persone vere.

Scrivere dialoghi.
McCann sconsiglia di esagerare con accenti strani, slang, dialetti, versi, e con l'uso di alternative come esclamò, gridò, insistette al posto del semplice disse. Quest'ultima in italiano funziona piuttosto male, nella nostra lingua le alternative vanno cercate. Per McCann il dialogo "scritto" non deve cercare il realismo di un autentico colloquio (che è difficile da rendere, ci avete provato?).
Il dialogo è efficace se riesce a saltare minuzie come saluti e introduzioni iniziali e arrivare rapidamente al dunque. I personaggi possono mentire, o presentare la realtà dal punto di vista obliquo che fa comodo a loro, hanno i loro tic, e certamente ciascuno un modo diverso di parlare. Su quest'ultima io sono d'accordo a metà, nel senso che c'è ovviamente chi ha una maniera molto distinguibile di esprimersi, ma nel caso di molte persone le differenze sono sottili. Pensateci bene, dopo aver fatto caso a come parlano le persone con cui vi relazionate spesso.
Se la vostra maniera di caratterizzare due persone che parlano è che uno dice sempre "cioè" in mezzo a una frase e l'altro continua a ripetere "secondo me," lasciate perdere.

La struttura.
Le storie sono organizzate. Come una flow chart (largo circa...), con percorsi che si incrociano, snodi costituiti da colpi di scena e avvenimenti principali, flussi più e meno importanti, fatti fondamentali.
Questa struttura è generalmente non poco complessa ed esiste sempre, almeno inconsciamente, nella testa di chi scrive.
Creare la storia in questo modo però può essere una trappola perché limita le possibilità.
Questo quello che l'articolista dice. Io, che mi faccio sempre i miei schemini tranne che per le storie brevi. In ciò che afferma McCann ci credo a metà, ma penso anche io che lo schema debba emergere con grazia da un sacco di elementi: azioni, dialoghi, personaggi e via dicendo, ed essere rinforzato senza esagerare. Ed è vero che un po' di spazio all'improvvisazione va lasciato. Scrivere per riempire una cornice immutabile decisa in precedenza può essere piuttosto noioso.

La trama e il linguaggio.
Per McCann spesso la maniera in cui una storia viene raccontata è molto più importante della storia in sé. Io credo che questo sia vero nella massima parte dei casi, visto che di storie originali al cento per cento ne esistono davvero pochine, e che la qualità sta molto più nel "come" piuttosto che nel "cosa."

Punteggiatura.
Alcune regole fondamentali. Come avrete sentito dire anche in Italia, le parentesi prendono troppa attenzione e vanno usate con cautela (una norma di cui, e lo dico fra parentesi, me ne frego abbastanza). Per McCann la grammatica va saputa, ma qualche volta un errore può valere la pena di lasciarlo scappare. Sulla prima sono d'accordo. Sulla seconda, e comunque teniamo conto che parliamo di due lingue differenti, gli errori grammaticali li terrei solo nel dialogo, per riflettere il linguaggio parlato. Anche quello con qualche limite... talvolta anche i più ignoranti dei miei personaggi usano il congiuntivo.

Ricerca.
Per documentarsi su quello di cui non si sa ma, vedi sopra, comunque si vuol scrivere, è necessario leggere dei veri e propri testi e non qualche sciocchezzuola su Google o la Wikipedia.
Questo dice McCann, io penso che spesso e volentieri uno che sappia servirsi di questi mezzi può fare un bel lavoro lo stesso, dipende da cosa gli serva davvero e quanto desideri pavoneggiarsi con la sua capacità di calarsi nel contesto. E quanto a quella, McCann consiglia, e qui sono perfettamente d'accordo, di non affogare il lettore con i dettagli che voi avete dovuto imparare per poter scrivere di un certo fatto o in una certa ambientazione.

Il Fallimento.
Vuol dire che almeno ci avete provato. Eh, già.

Buttare via tutto.
Se davvero fa schifo o non riesci a migliorarlo, butta via tutto. Comunque è stato un insegnamento.
Mica facile, però...

Finale.
Il finale: non è semplice, portrebbe essere necessario metterne giù due o tre e poi scegliere il migliore. Oppure saper ascoltare il lampo di genio, tornare indietro qualche pagina e trovare il punto migliore per mettere la parola fine, togliere quello che viene dopo.
Scegli quel finale che ti sembra vero, e con un pizzico di mistero, dice McCann, e ci invita a riflettere su un fatto: una storia comincia prima di quando la facciamo cominciare noi e finisce dopo, pertanto è inutile cercare il finale perfetto.
Personalmente trovo che il finale non sia così difficile... quando mi viene di colpo e mi convince subito. Se non ho questa fortuna, in effetti, è un gran problema.





martedì 23 maggio 2017

Gioco di Ruolo, aiuta la crescita personale?

Si è sempre parlato tanto di effetti malefici e diabolici del GDR (Gioco di Ruolo, o anche RPG, dall'inglese), e questa è una diatriba che va avanti da un sacco di tempo. Per una volta tanto vogliamo soffermarci sugli effetti positivi? Sorprendentemente, ce ne sono un sacco...
In particolare, i giochi di ruolo, anche se li si intraprende per divertimento, possono insegnare un sacco di cose. Cito qui un articolo di un paio di anni fa, in inglese, dove si afferma, per cominciare, che chi si occupa del gioco di ruolo deve per forza leggere e imparare a scrivere, e descrivere, tutti grandi esercizi per la mente e che possono aiutare chi vi è per natura poco dedito (in Italia invece chi è analfabeta di ritorno spesso si sente superiore alle persone che sorprende con un libro in mano, ma non per niente il nostro paese sta affogando nel letame...).

domenica 21 maggio 2017

Due che non mi vedo

Sono nelle sale due film che volevo "quasi" andare a vedere. Il primo è King Arthur, Legend of Sword, titolo tradotto male in italiano (...il potere della spada). Un film fantasy (forse è una forzatura chiamare fantasy il ciclo arturiano ma sopportatemi) che sia anche un bel film è cosa rara, per cui anche su quelli mediocri si sofferma facilmente la mia attenzione. Ma quando ho letto qualche critica mi sono cadute le braccia. Nonostante la presenza di attori noti, qui siamo in un film d'azione senza grandi idee, su cui il nome di Re Artù è stato calato a forza. Il futuro sovrano è un tipo che conduce la rivolta contro un tiranno (Vortigern) salutato con uan specie di saluto nazista dalle sue truppe, tanto per intenderci sull'atmosfera. Arti marziali orientali nella britannia del quinto secolo... battaglie in CGI a manetta. Insomma niente a che vedere con il materiale che dovrebbe essere la fonte: questo film è solo un generico sbudellamento con una trama ridicola.

L'altro film è Alien Covenant: Ridley Scott ha rimesso la parola "Alien" nel titolo e a quanto pare il nostro mostro tanto amato torna alla grande. Io però mi sono riguardato il post che avevo scritto su Prometheus qualche anno fa... e mi rendo conto che se è vero che la trama si riallaccia a quel precedente film, e approfondisce alcune tematiche (e le azioni di certi personaggi) che finalmente potrebbero cominciare ad avere senso, per me sarebbe indispensabile rivederlo poiché Prometheus nella mia memoria era stato coperto da un misericordioso oblio. Ma ne vale la pena?


Dicono che questo Alien Covenant sia meglio e c'è una contrapposizione talebana tra entusiasti e detrattori. Non voglio essere tra i secondi per forza e certamente non mi ci metto senza avere visto il film. Ma, leggendo il poco che viene rivelato sulla trama, vedo che un'astronave viene attirata su un pianeta da un misterioso segnale e uno di quelli che sbarcano poi comincia a sentirsi male... e a questo punto, a parte i grandi sottotesti filosofici che indubbiamente ci saranno, mi domando: ma Ridley, quante volte devi raccontarci la stessa storia? Penso proprio che questo film me lo vedrò in streaming... forse.

lunedì 15 maggio 2017

Arrival

Ho recuperato la visione di questo film di fantascienza, senza sapere cosa aspettarmi (avevo avuto guai personali da affrontare a altro da pensare quando era arrivato nelle sale). Arrival, tratto da un racconto (Story of your life di Ted Chiang) premio Nebula nel 2000, è un film piuttosto avaro di spettacolarità ed effetti speciali, ma che mette parechia carne al fuoco per quanto riguarda la storia. Con questo non dico che sia originalissima (la principale "trovata fantascientifica" la conosce già bene chiunque abbia letto Mattatoio n. 5 di Kurt Vonnegut) ma qui la grande impresa e la grande scoperta si intreccia con la vita personale, gli affetti e gli amori della protagonista e di altre persone.


Il film parte con un'improvviso arrivo sulla Terra di una dozzina di astronavi, dodici "gusci" che non colloquiano, almeno inizialmente, con l'umanità. Si limitano a starsene lì, il che è snervante. Una linguista, Louise Banks (Amy Admas, celeberrima attrice che mi torna però alla mente solo per il ruolo in Prova a Prendermi, dove è l'infermiera che si innamora del truffatore impersonato da Di Caprio), viene prelevata con la massima urgenza dai militari per cercar di capire cosa dicono questi alieni, che finalmente si sono mostrati.

domenica 14 maggio 2017

Poveri, Bianchi, Tedeschi (segnalazione)

Segnalo il link a un articolo interessante sulla povertà e il disagio sociale in Germania. Dal momento che ho passato le mie ultime vacanze tra Francia, Lussemburgo e Germania, è un fatto di cui mi ero accorto... nella terra di Frau Merkel non va tutto bene.

E quando mi sono trovato per caso o per sbaglio in periferia, tra biondi coi sandali e i pantaloni della tuta, lì a fare niente davanti a una pizzeria, chiassosi, torso nudo, l'aspetto inequivocabilmente squattrinato, mi sono detto che forse era il caso di approfondire. A dire il vero la prima cosa che mi sono detto è: meglio sbrigarsi ad andare via, prima che per un motivo o per l'altro qui finisca male.

Vi invito quindi a leggere questa pagina...

venerdì 12 maggio 2017

Tecnica di una sconfitta

Torno alla Francia, di cui ho parlato non molto tempo fa nell'articolo sulla Francia di Vichy, per esaminare il periodo immediatamente precedente. Ovvero la sua sconfitta nella Seconda Guerra Mondiale. La caduta della Francia nel 1940 forse sembra oggi meno strana e strabiliante di quanto sia apparso all'epoca, ma è un esempio interesante di cattiva gestione di un problema militare, e perciò è rilevante parlarne ancora oggi.

In pratica questa fase del conflitto durò poche settimane e, quasi subito, fu chiaro che gli Alleati avrebbero perso. Da parte tedesca, ci si aspettava una dura lotta coi Francesi e la vittoria fu una sorpresa grandissima anche per quelli che l'avevano guadagnata.

lunedì 8 maggio 2017

Dark Star

Dark Star, opera di anarchia hippy, è un film assai bizzarro diretto da John Carpenter e realizzato con quattro soldi negli anni '70. Il regista non ha bisogno di presentazioni, in quanto è un genio del cinema americano in generale e della fantascienza in particolare. Coautore della sceneggiatura è Dan O'Bannon, che recita anche, nella parte del (falso) sergente Pinback: O'Bannon ha al suo attivo molte eccellenti opere, in quanto ha scritto la sceneggiatura di Alien e lavorato a Guerre Stellari e Heavy Metal.

La storia verte attorno all'astronave Dark Star, in viaggio ormai da vent'anni ai margini dell'universo abitato, con il suo compito di distruggere i pianeti che, per anomalie orbitali, potrebbero provocare dei danni. A causa di un incidente, anni prima, il comandante Powell è morto, e il tenente Doolittle ne ha preso il posto. Ma l'equipaggio è particolarmente annoiato e demoralizzato. Doolittle è un amante del surf con pochissima voglia di continuare la missione. Il bizzarro Pinback, che cerca di far ridere il resto dell'equipaggio con giochi e scherzi cretini, è in verità un estraneo che ne ha preso il nome e il posto... o almeno così lui stesso dice, ma non si sa se sia uno scherzo pure questo. Boiler, navigatore, fa giochi pericolosi tipo sparare con un fucile all'interno dell'astronave, e infine Talby se ne sta in una cabina a guardare le stelle e non ha più praticamente alcuna relazione con gli altri. Gli piace stare lì a guardarsi intorno, non vuole la compagnia. Il computer, con una suadente voce femminile, è come se fosse un altro membro dell'equipaggio, ma perfino le bombe sono senzienti, dialogano e ragionano.

lunedì 1 maggio 2017

American Gods, la serie TV

È arrivata su Amazon Prime la serie molto attesa ispirata al libro di Neil Gaiman. Libro che a me non era piaciuto moltissimo, ma certo American Gods lascia il segno, anche se può avere dei difetti. E così vale anche per questo primo episodio, che ha il suo punto di forza ma forse un po' anche il suo limite nella potenza grafica. Inquadrature con forti contrasti e forte colore, tanto sangue, scene truculente, un gusto per l'insolito. Per adesso la storia ricalca abbastanza quella del libro, e per quanto riguarda gli attori la scelta mi sembra buona.



Partiamo da Wednesday, il personaggio che più salta all'occhio, bizzarro amichevole truffatore, un po' magnanimo e un po' cialtrone. Ian McShane, attore inglese dalla lunga carriera, riesce secondo me a impersonarlo abbastanza bene, un volto che non dice niente di particolare ma una recitazione che lascia il segno. Shadow Moon, l'ex carcerato cui Wednesday offre un lavoro, è interpretato da Ricky Whittle (che abbiamo visto in The 100), con indubbia presenza fisica e quella solidità di espressione e di carattere che vanno bene nel ruolo. Pablo Schreiber, Leprechaun, è uno dei carcerieri in Orange is the new black. Devo dire che non lo avevo riconosciuto, la trasformazione è impressionante. Vediamo poco Emily Browning (Sucker Punch), ovvero Laura, la moglie di Shadow Moon, e la nigeriana Yetide Badaki che interpreta Bilquis, antica dea dell'amore. Non mi pronuncio ancora sugli attori che interpretano gli antagonisti di Wednesday.

La trama non si è ancora rivelata un gran che, e presumo che ci metterà un poco (è così anche nel libro). Per adesso posso dire che il primo episodio attira certamente l'attenzione.

venerdì 28 aprile 2017

L'altra Francia

Da bravo appassionato di storia, e in particolare del periodo più recente (diciamo dalle guerre mondiali, o poco prima, fino agli anni recenti) sono andato a pescare un libro che narra di un aspetto poco seguito della Seconda Guerra Mondiale. L'aspetto è la storia della Francia di Vichy, ovvero un paese che si trovò in una situazione ibrida: non sconfitto e sotto occupazione tedesca come molti altri, ma in parte collaborazionista (diciamo con il freno a mano parzialmente tirato) e soprattutto nemico di quello che era stato il suo alleato più importante, ovvero la Gran Bretagna. Il libro, che si concentra sugli aspetti militari (senza trascurare completamente gli altri) ed è infuso di sottile e non sottile umorismo britannico, è intitolato England's Last War against France con sottotitolo Fighting Vichy, 1940-1942, e l'autore è Colin Smith, storico e giornalista.

Pétain stringe la mano a Hitler, un gesto che gli costerà caro

La Francia di Vichy nasce da una sconfitta, ovvero l'invasione tedesca del 1940. Il successo sperato ma non veramente creduto da Hitler e dai suoi generali, il trionfo di quella "guerra lampo" che porterà a una sbornia di illusioni, di poter affrontare qualsiasi nemico e farlo fuori in qualche mese o addirittura nel giro di poche settimane. Illusioni che poi moriranno in terra di Russia.

martedì 25 aprile 2017

Tredici (13 Reasons why)

La famosa (o comunque molto pubblicizzata in questo periodo) serie di Netflix su una ragazza che si suicida e lascia una specie di diario-atto d'accusa da fare ascoltare (perché si tratta di vecchie cassette a nastro) ai presunti responsabili ha sollevato un certo rumore e avevo deciso assolutamente di verderla.
Ho cominciato, non so se e quando finirò perché per certi aspetti non è quello che mi sarebbe desiderato vedere. Ne parlerò un poco e dove ci saranno anticipazioni avvertirò in tempo.


Innanzitutto siamo ovviamente negli USA e nella solita città sfigata dove tutti vorrebbero andare via e che sta in mezzo al nulla (in Italia cosa dovremmo dire, ma vabbè...) o comunque non c'è nulla di interessante. Seguiamo la storia di Hannah (Katherine Langford, attrice australiana) che va in una scuola nuova, vive diverse situazioni di disagio e alla fine si uccide... questo non è uno "spoiler" perché è ben chiaro fin dalla prima puntata, o fin da quando avete sentito parlare di questa serie. I problemi di lei nascono molto dalle dinamiche che si instaurano nel suo liceo (traduco così high school che comunque indica le superiori). Voglia di seguire le dinamiche personali di questi ragazzi del liceo ne avrei anche avuta ma ci sono gli ovvi limiti... io sono troppo vecchio e quando avevo quell'età niente cellulari, niente chat, niente internet e insomma niente un sacco di cose belle e di str... (pardon) che ci sono oggi. E questo non toglie che fosse un mondo difficile anche allora ma la differenza di epoca mi impedisce ogni tentativo di immedesimazione e anche la differenza di società, perché il mondo USA, che conosciamo solo attraverso la TV, è molto diverso dal nostro.

mercoledì 19 aprile 2017

Scrivere, e poi?

Avrei dovuto uscire con un nuovo libro l'anno scorso ma a quanto pare ci sono state difficoltà creative perciò i tempi si sono allungati, ma non temete, nel 2017 avrete il dispiacere comunque di leggere qualcosa di mio.
Però ci sono stai momenti, negli ultimi due anni, di crisi creativa, di svogliatezza nera, da non riuscire a trovare la minima voglia per mettere una parola dietro l'altra. Una delle vittime (incolpevole in questo caso) della situazione è stata la mia collaborazione con Fantasy Magazine, ma comunque di tante idee che avevo in testa ben poco è venuto fuori. Il problema è che anche le mie scarse aspettative non si sono realizzate e non credo si realizzeranno. Di questo parlo oggi. Non di come navigare nelle difficili acque dell'editoria o dell'autopubblciazione. Non sono uno di quelli capaci di creare manuali sul come e per come dello scrivere, anche io leggo ciò che scrivono altri in merito, posso darvi però la mia personalissima, esistenziale visuale su come vedo andare le cose.

lunedì 10 aprile 2017

Life - Non oltrepassare il limite

Non so chi sia Daniel Espinosa, regista di questo film (secondo Wikipedia "svedese di origine cilena"), certo la Columbia lo ha ritenuto adatto a girare un film di un certo peso (ovvero budget) e con attori di tutto rispetto. Non hanno rischiato sulla storia, perché ne hanno presa una già bell'e pronta. Infatti Life - Non oltrepassare il limite (semplicemente Life in inglese) è quasi un remake di Alien, compresa caccia all'alieno nei corridoi dell'astronave. Lo rende piuttosto inquietante il fatto che si svolga tutto molto vicino a noi: l'alieno è stato pescato (senza saperlo) da una sonda che esplorava Marte, e il luogo dove si manifesta è la Stazione Spaziale Internazionale, dove un gruppo di studio si occupa di verificare i campioni marziani. Il tutto ha una logica, nel senso che non si vuole correre il rischio di contaminare la Terra (ed è, sebbene più in senso lato, una preoccupazione anche in Alien).



Temi presi da un vecchio capolavoro, quindi, e aspetti visivi che ricordano molto Gravity, altro successo di fantascienza, questo però recente. Life - Non oltrepassare il limite è certamente scarso di identità propria anche se ci sono dei bravi attori, ma non si può negare che sia ben fatto e con un passo capace di prendere l'attenzione.

mercoledì 5 aprile 2017

The Lone Ranger

Ci sono film che vengono trattati a pesci in faccia e falliscono al botteghino perché la casa cinematografica sceglie, in seguito a scannamenti e notti dei lunghi coltelli interne, di non sostenerli. Così non hanno pubblicità, escono nel momento sbagliato e finiscono in competizione con i dominatori previsti della stagione, escono in poche sale e via dicendo: fiasco assoluto, perdite multimilionarie.


 John Carter era uno di questi film, ma avendolo visto e apprezzato posso dire che in realtà non era niente male. Avevo molta meno fiducia in The Lone Ranger, del 2013 (prodotto da Disney, che a volte i film li azzecca con guadagni colossali, ma alle perdite abissali non è nuova), ma ho voluto toccare con mano. Il risultato è stato abbastanza disastroso, per la verità, anche se questo film non è stato un "fiasco" come incassi, semplicemente non ha recuperato le enormi somme spese per produrlo.

venerdì 31 marzo 2017

La Fine dell'Età del Bronzo

Non è raro che le mie letture vengano influenzate da altri blogger, e non fa eccezione questo 1177 a.C. Il collasso della civiltà, di Eric H. Cline, un bel libro divulgativo che ci porta, fra prove documentali, testi d'epoca e interpretazioni archeologiche, ci porta a un epoca che per la maggior parte di noi può suscitare solo qualche confuso ricordo scolastico e forse nemmeno quello. Tra Assiri, Babilonesi, Ugariti, Cassiti e Mitanni (questi tre nomi al liceo non li avevo proprio sentiti), Cananei, Egizi, Ittiti e Micenei, e non dimentichiamoci dei Cretesi, si parla di civiltà che erano già abbondantemente scomparse, con l'eccezione degli Egizi ovviamente, quando cominciò la storia che ricordiamo un po' di più, quella meglio documentata, con i Greci e i Persiani, Alessandro Magno, l'antica Roma e via dicendo.


C'è da dire che questo mondo dell'Età del Bronzo non era poi così oscuro come le scarne notizie ci farebbero pensare. È vero che dobbiamo scavare nel profondo passato: si parla di un'epoca che va dal 3000 e rotti avanti cristo fino al 1177 del titolo del libro, che in realtà è una data simbolo ma non l'ultimo respiro di queste civiltà.

lunedì 27 marzo 2017

Iron Fist

Mentre per i film di supereroi Marvel non posso dire che siano noiosi o riusciti male, ma solo che dopo averne visti tanti la loro formula m'è venuta un po' a noia, delle serie TV Marvel su Netflix non posso parlare un gran che bene. Non ce l'ho fatta a terminare Jessica Jones e ho visto solo una puntata di Daredevil, anche Luke Cage l'ho mollato a metà stagione. Pure con questo Iron Fist le cose stavano iniziando molto male con una puntata iniziale che non mi ha davvero ispirato. Vediamo un po'... un tipo riccioluto, scapigliato e con la barba lunga se ne va in giro per New York con l'aria dell'hipster povero, sfoggiando saggezza buddista. Istintivamente mi sta antipatico, ma procediamo. Costui dice di essere Danny Rand, erede di una famiglia proprietaria di un impero industriale distrutta da un incidente aereo 15 anni prima, quando lui era un bambino. Ovviamente cosa fa? Cerca di entrare in contatto con gli attuali proprietari, del resto suoi amici di infanzia, che sanno senza ombra di dubbio che lui è morto con padre e madre.



Dal momento che gli ex-amici si sentono minacciati da questo barbone che pretende di essere il defunto Danny, la loro reazione è di non volerci nemmeno parlare e lui, anziché cercare di ricordare alcuni episodi che lo farebbero riconoscere per chi effettivamente è (il bello è questi esistono e già alla seconda puntata salteranno fuori) si fa intrusivo e insistente. Non minaccioso a livello fisico ma decisamente preoccupante, abbastanza da spingere Ward, ex amichetto un po' arrogante e nuovo capo dell'azienda, a scatenargli contro i suoi scagnozzi per levarselo dai piedi.

giovedì 23 marzo 2017

Immaginare Mondi: guerra nello spazio

Uno dei temi classici della fantascienza (libri, film, serie TV, anche videogame) è quello degli imperi interstellari (o intergalattici, addirittura) con tantissimi mondi abitati, razze diverse, e flotte di enormi astronavi da guerra. E la guerra avviene regolarmente. Pensiamo a Star Trek con i frequenti combattimenti della Enterprise, a Battlestar Galactica, a Fanteria dello Spazio, e via dicendo. Da una parte sembra naturale. Ci sono stati imperi sulla Terra, si sono combattuti, sono sorti e sono crollati, e via dicendo. Soprattutto, hanno lottato in tante guerre. Perché non dovrebbe essere lo stesso nello spazio?



La logica però tiene fino a un certo punto. O meglio... sarebbe proprio così, penso, fra nazioni o comunque fazioni umane che andassero a sfruttare asteroidi o la Luna, lo possiamo concepire facilmente. Lotterebbero fra loro, succederebbe di tutto. Ma se immaginiamo civiltà diverse, accomunate però dalla capacità di viaggiare tra le stelle con relativa facilità, come si può prendere un treno o una nave da noi, una competizione serrata non credo che avverrebbe, nel senso che immaginiamo oggi.

venerdì 17 marzo 2017

Protagonisti che non funzionano

Un discorso che qua e là ho già affrontato, ma che merita un approfondimento: lo spunto me lo da questo articolo dal titolo provocatorio (tradotto in italiano): I protagonisti fanno schifo.
Ovvero, nelle storie tradizionali il protagonista è quello che ha la parte più scontata (quello che deve fare "il viaggio dell'eroe," no?), noiosa, un qualcosa che deve esserci per forza, che ha il suo ruolo per costruire una storia anche valida, ma che spesso non sarà particolarmente eccitante di suo.
Per contro, come avevo scritto in questo vecchio articolo, l'antagonista, il cattivo, può facilmente essere molto più interessante: un buon cattivo, scrivevo, alla fine è anche più semplice da creare rispetto a un buon protagonista. E questo è dovuto anche a una caratteristica che, soprattutto nelle storie più tradizionali, ci rifilavano di continuo i canoni hollywoodiani: il protagonista deve essere qualcuno con cui lo spettatore possa identificarsi, quindi alla fine non può essere troppo strano o avere una personalità troppo spiccata e individualista.

venerdì 10 marzo 2017

Frontiera

Un giudizio di "così così" per questa serie di Netflix, dove rivediamo l'attore famigerato per aver interpretato Conan nel nuovo film sulle avventure del cimmero, pellicola che ha dato cattiva prova di sé sugli schermi qualche anno fa. Parlo ovviamente di Jason Momoa, e la serie è Frontiera (Frontier) ma l'attinenza al fantastico, devo ammettere, non esiste. Si tratta però di una tematica che mi è stata cara fin da quando ho letto L'Ultimo dei Mohicani tanti anni fa: la frontiera, il commercio delle pelli, le foreste, quel periodo in cui i nativi americani erano ancora una forza da tenere in considerazione. Per non indurvi in errore faccio subito una precisazione: questa storia non è ambientata (come quel libro) nel periodo delle lotte tra Francesi e Inglesi. I Francesi sono stati già sconfitti e hanno perso il Canada (per la cronaca, ciò avvenne a seguito della Guerra dei Sette Anni). Gli Stati Uniti sono ormai indipendenti mentre stanno calando le fortune della Compagnia della Baia di Hudson, un'impresa mista statale e privata britannica che sfruttava il lucroso commercio delle pelli (e dei rifornimenti da vendere agli indiani, che erano fra i principali procacciatori delle pelli in questione). Commercianti e cacciatori di ogni genere minacciano il monopolio della Compagnia. Quanto agli indiani, sono schiacciati sempre più, e il buon Momoa interpreta proprio uno di loro, anzi un mezzo sangue, Declan Harp, guerriero e mercante in cerca di vendette contro un perfido e carognesco funzionario della Compagnia (Lord Benton interpretato da Alun Armstrong). E quanto agli Inglesi, ora li vediamo proprio nelle terre strappate ai rivali francesi, mentre le colonie di un tempo sono diventate indipendenti, ma le loro sorti sono tutt'altro che rosee e a quanto pare la Compagnia sta diventando più un danno che una risorsa.

In mezzo ai due finisce uno scugnizzo irlandese (Michael, interpretato da Landon Liborion) in cerca di fortuna. A causa di un furto finito male la fidanzata di Michael è alla mercé di Lord Benton, che può liberarla o farla marcire in galera, e questo spinge Michael a collaborare con lo spietato funzionario, ma il giovanotto subirà il cupo fascino di Declan Harp e finirà per allearsi con lui (e -SPOILER- riuscirà anche a riabbracciare la fidanzata, che però si rivelerà una frignosissima palla al piede).

Per alcuni aspetti questa serie riesce a richiamare i vasti spazi inesplorati e le imprese epiche di quel periodo. Nei travagli di Michael vediamo le difficoltà incontrate da un bianco che pensasse di fare fortuna da quelle parti: di fronte a un mondo inclemente, o si svegliava alla svelta (e molto), o gli conveniva fare ritorno a casa, o altrimenti poteva ripiegare su mestieri più modesti tipo zappare qualche angolo di terra. La vita del "trapper" non era per tutti.

La serie è breve e si fa guardare ma per certi aspetti funziona poco. Jason Momoa si conferma a mio parere attore che va bene nelle parti adatte per lui, ma poco flessibile. Qui la parte gliel'hanno cucita addosso bene (un uomo amareggiato e ossessionato dalla vendetta) ma quando si tratta di recitare un po' di fino non convince. C'è una scena dove Lord Benton, che era stato suo mentore, lo tortura con vari coltelli e strumenti, e i due si rinfacciano tutto quello che si devono rinfacciare, ma la cosa che si nota di più è che né Momoa né Armstrong mi sembrano in grado di offrire la recitazione intensa che in una scena simile ci vorrebbe.

E per quanto riguarda la trama, be', a volte le cose procedono lentamente, e se in una manciata di puntate devono ricorrere all'espediente di far cadere Harp nelle mani di Benton per due volte, forse qualcosa non va. E ci sono troppe figure di contorno (locandiere spie e confidenti di tutti quanti, ufficiali ambiziosi e corrotti, preti ubriaconi ecc...) che non si capisce bene dove debbano andare a parare. Frontiera a mio parere sfrutta male le grandi possibilità della sua ambientazione, ma se dovesse saltare fuori una seconda serie gli darò volentieri una seconda possibilità.