lunedì 1 gennaio 2018

L'Immortale, un bagno di sangue

Takashi Miike è un regista giapponese associato, generalmente, a storie di samurai e Yakuza (mafia giapponese). Faccende di sangue e di violenza, praticamente sempre, con problemi di onore mescolati in maniera inscindibile, alla giapponese, e tantissimo gore, o splatter che dir si voglia: sangue che sprizza, arti amputati, budella che si sparpagliano, il tutto condito da una certa autoironia. Insomma uno che nel proprio stile non si fa mancare niente.


Questo regista molto prolifico l'ho conosciuto con Ichi The Killer e Audition, quest'ultimo un film horror in piena regola, ma non senza gli elementi sanguinolenti cui ho accennato sopra. Una delle  recenti produzioni, che ho potuto recuperare su Netflix, è L'Immortale, tratto da un fumetto, film lungo e sanguinoso sulle vicissitudini di uno spadaccino - samurai diventato fuorilegge - che ha un grosso problema: non può morire. Il destino di questo combattente, che si chiama Manji (attore: Takuya Kimura), si origina dal regalo che gli ha fatto una strega, un innesto, per così dire, che rende il suo corpo capace di rigenerarsi con incredibile rapidità.


Perciò anche se in combattimento riceve ferite mortali il nostro eroe continua a combattere, e si rappezza dopo aver eliminato l'avversario. Rappezza è il termine giusto perché spesso si tratta di recuperare mani troncate e finezze del genere.

Però Manji non è felice dell'immortalità, perché non ha saputo proteggere una persona che gli era cara, e a cui era profondamente legato. Anni dopo questi avvenimenti, quando lui se la vive più o meno da poveraccio in una baracca, si rivolge a lui una ragazzina cui è stato ucciso il padre, maestro d'armi, da un più giovane e arrembante guerriero che vuole imporre alle varie scuole il proprio monopolio e proporsi quindi come "addestratore" delle truppe dello Shogun. La ragazzina, Rin, vorrebbe vendicare il padre e salvare la madre finita nelle mani della fazione vittoriosa, ma non ha alcuna forza di suo, pertanto sarà Manji a incaricarsi di essere la sua "guardia del corpo."

Iniziano delle vicende che ci porteranno a conoscere il "cattivo," e i suoi alleati, i funzionari e guerrieri legati allo shogunato e altri ancora. Nell'agire dei personaggi si incontrano e scontrano i moventi, leciti o inconfessabili. Chi vuole la vendetta, chi considera un omicidio uccidere senza una ragione precisa, chi lo fa tranquillamente per i soldi, chi appare assatanato di potere ma nasconde altri moventi che potrebbero in parte giustificarlo, e così via.


E ci sono situazioni impreviste, in cui un guerriero vittorioso rinuncia a coronare il trionfo con l'eliminazione del nemico, o un nemico giurato che, nel momento in cui lo si vede tradito e intrappolato, diventa meno odioso. Ognuno ha il proprio angolo da cui inquadrare la vicenda e il proprio ruolo in essa, questo è tema centrale nel film: Manji deciderà che proteggere Rin sarà il suo punto fermo. Troverà anche un motivo per cui valga la pena vivere in eterno?

Proteggere la ragazzina sarà comunque lavoro difficile, perché i nemici sono molti e cercheranno di distruggere Manji, anche tagliandolo pezzo dopo pezzo (letteralmente). Ma in questa grondante cascata di sangue lui farà sempre quello che riterrà appropriato.

Il film è piuttosto lungo ma piacevole e facile da seguire, sempre che il sangue e gli arti che volano via non vi siano indigesti. D'altra parte se seguite Takashi Miike sapete che si tratta di un contorno obbligato. Unica perplessità [spoiler?]... la madre di Rin rapita e oltraggiata a un certo punto lo sceneggiatore deve averla persa per strada, perché di salvarla non se ne parla più.

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